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TITANIA giace addormentata
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Entrano COTOGNA, CONFORTO, BOTTONE FLAUTO, NASONE e IL LANCA
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BOTTONE -
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Ci siamo tutti, allora?
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COTOGNA -
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Tutti, ed il luogo sembra fatto apposta
per la prova; questa spianata erbosa
farà da palcoscenico;
questa siepe di biancospino è adatta
a spogliatoio, e ci potremo muovere
come fossimo già davanti al Duca.
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BOTTONE -
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Però, Piero Cotogna…
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COTOGNA -
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Che c’è, caro?
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BOTTONE -
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… in questa storia di Piramo e Tisbe
c’è roba che non potrà mai piacere:
una, che Piramo, davanti al pubblico,
deve trarre una spada per uccidersi;
questo farà impressione alle signore.
Non lo sopporteranno. Tu che dici?
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NASONE -
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Caspita, c’è da spaventarsi, eccome!
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LANCA -
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Io per me penso che all’ammazzamento
alla fin fine si può rinunciare.
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BOTTONE -
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Per niente affatto! Ho io una trovata
che sistemerà tutto: tu, Cotogna,
farai tanto da buttar giù un bel prologo,
e sarà il prologo a spiegare al pubblico
che queste spade non fanno alcun male,
e Piramo s’ammazzerà per finta;
anzi, a rassicurare meglio il pubblico,
gli si dirà che io, che sono Piramo,
in realtà non sono affatto Piramo,
ma Nicola Bottone, tessitore.
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COTOGNA -
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Va bene, scriveremo questo prologo;
e sarà in ottonari con senari.
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BOTTONE -
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No, ai senari aggiungici due piedi:
in ottonari, tutto in ottonari.
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NASONE -
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E del leone non avran paura
le dame?
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LANCA -
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Ho proprio paura di sì.
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BOTTONE -
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Eh, già, compagni, pensateci bene:
portare - Dio ne liberi! - un leone
tra le signore è una cosa terribile.
Non c’è uccello che faccia più paura
alle signore d’un leone vivo.
Eh, sì, bisogna starci molto attenti!
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NASONE -
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Beh, vuol dire che si dirà, nel prologo,
che il leone non è un leone vero.
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BOTTONE -
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Anzi, si dovrà dire chi è l’attore,
nome e cognome, e in mezzo alla criniera
fare che gli si scorga mezza faccia,
dicendo al pubblico all’incirca questo:
“Mie dame… ovverosia, vi chiederei…
“ovvero, meglio, vi supplicherei
“di non aver paura e non tremare:
“la mia vita risponde della vostra.
“Se pensate ch’io venga innanzi a voi
“come un leone vero in carne ed ossa,
“povera vita mia. Ma non son quello.
“Io sono un uomo come tutti gli altri…”.
E dica a questo punto il proprio nome,
chiaro, ch’egli è Nasone, stipettaio.
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COTOGNA -
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Va bene, si farà così. Ma attenti:
ci restan due bisogna un po’ rognose:
come portare dentro, nella stanza,
il chiar di luna, ché Piramo e Tisbe,
come sapete, devono incontrarsi
nottetempo al chiarore della luna.
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NASONE -
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Ma ci sarà la luna, quella notte?
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BOTTONE -
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Un calendario, dov’è un calendario?
Avanti, consultiamo un almanacco,
e cerchiamo la luna…
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COTOGNA -
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(Estrae dalla borsa un almanacco e lo sfoglia)
Eccolo qua.
Sì, ci sarà la luna, quella notte.
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BOTTONE -
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Bene, allora si lascia spalancata
una finestra del grande salone
dove si recita e attraverso quella
facciamo entrare il chiarore lunare.
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COTOGNA -
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(Incredulo)
Già… o se no, potrebbe entrare in scena
qualcuno con dei pruni e una lanterna,
e dire ch’è venuto a sfigurare
o a rappresentare il Chiar-di-luna.
Ma c’è dell’altro ancora a cui pensare:
dentro la stanza dev’esserci un muro,
per via del fatto che Piramo e Tisbe
- così vuole la storia - si parlavano
proprio attraverso la crepa d’un muro.
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NASONE -
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Un muro non ce lo farete entrare mai
nella stanza. Bottone, che ne dici?
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BOTTONE -
|
Beh, vorrà dire che sarà un di noi
a far da muro; lo impiastricceremo
con un po’ di calcina e un po’ di gesso
a figurar l’intonaco d’un muro,
e terrà aperte le dita così,
(Fa il gesto di divaricare il medio
e l’indice di una mano)
ad indicare che per quella crepa
Piramo e Tisbe si bisbiglieranno.
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COTOGNA -
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Per me, se si può fare, va benone.
Sotto, figli di mamma, intorno a me,
a provare ciascuno la sua parte.
Piramo, via, attacca tu per primo;
poi, terminata che avrai la battuta,
ti ritiri là dietro a quella siepe.
E così gli altri, secondo il copione.
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Appare PUCK, restando nel fondo
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PUCK -
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Che ci faranno qui questi bifolchi
vestiti di cardame casereccio,
che smargiassano sì insolentemente
presso la culla della mia regina?…
Che! Preparano forse una commedia?
Vuol dire che farò da spettatore,
e forse anche da attore, alla bisogna.
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(Resta nel fondo, invisibile)
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COTOGNA -
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Piramo, attacca. Tisbe, vieni avanti.
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BOTTONE -
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(Recitando)
“Tisbe, soavi olezzano nell’aria
“gli odiosi fiori…
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COTOGNA -
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(Interrompendolo)
“Odorosi, odorosi!”
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BOTTONE -
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(Seguitando a recitare)
“… gli odorosi fiori,
“così il tuo fiato, Tisbe mia diletta.
“Ma zitta! Odo una voce. Un poco aspetta,
“vado a vedere un attimo di fuori…”
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(Si ritira dietro la siepe)
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PUCK -
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(A parte)
Un Piramo dei più straordinari
che mai si siano visti sulle scene!
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(Si va a mettere anche lui, sempre non visto, dietro la siepe dov’è Bottone)
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FLAUTO -
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Tocca a me, ora?
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COTOGNA -
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Infatti, tocca a te.
Tu hai capito che Piramo è uscito
per accertarsi del rumore udito,
e dunque avanti tu con la tua parte.
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FLAUTO -
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(Recitando)
“Piramo mio, amabile gioiello,
“come candido giglio risplendente,
“come rosa vermiglia trionfante,
“mio dolce innamorato garzoncello,
“fedele qual fu mai stanco morello,
“ecco ch’io vengo ad incontrarti innante
“di Ninì all’avello”.
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COTOGNA -
|
(Correggendolo)
No, “di Nino”!
Eppoi questo non devi dirlo adesso:
è la risposta che darai a Piramo,
tu invece tiri via tutto di seguito,
senza riguardo a quando devi entrare.
Piramo, entra. La tua imbeccata
è passata; era “mai stanco morello”.
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FLAUTO -
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Eh, già, gliela ripeto:
“Fedele qual fu mai stanco morello”…
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Rientra BOTTONE, che ora, al posto della sua, ha una testa d’asino. PUCK ricompare in fondo.
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BOTTONE -
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(Recitando)
“Se tale io fossi, Tisbe,
“soltanto tuo sarei…”
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COTOGNA -
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Oh, mostruoso! Che orribile stranezza!
Qui c’è stregoneria! Scappiamo, mastri!
Scappiamo tutti, mastri! Aiuto, aiuto!
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(Escono, spaventati, Cotogna, Conforto, Flauto, Nasone e Il Lanca)
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PUCK -
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Mi metterò dietro alle vostre poste
e v’indurrò per volte e giravolte,
per fossi, rovi, sassi, macchie e fratte.
Ora sarò un segugio, ora un cavallo,
ora un maiale, ora un orso che balla,
ora v’apparirò fatua fiammella,
or m’udrete latrare oppur nitrire
ad ogni svolta, e ruggire e grugnire
come un cane, un cavallo, un porcospino,
un orso, una fiammata, a voi vicino.
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(Scompare)
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BOTTONE -
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Perché sono scappati?… Di sicuro
una lor birberia per spaventarmi.
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Rientra NASONE
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NASONE -
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Bottone, ahimè, come ti sei mutato!
Che hai sul collo?
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BOTTONE -
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Che vuoi che ci tenga?
Una testa di ciuco, come te.
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(Esce Nasone)
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Rientra COTOGNA
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COTOGNA -
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Uh, Bottone, che Dio ti benedica!
Oh, santo Dio, ti sei trasfigurato!
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(Scappa)
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BOTTONE -
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Ho capito, una loro birbonata:
voglion farmi passare per un asino,
per mettermi paura, se potessero.
Facciano pure tutto quel che vogliono,
io di qui non mi muovo. Anzi, che faccio?
Mi metto a passeggiare in su e in giù
qui intorno ed a cantare,
per mostrar loro che non ho paura.
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(Canta)
“Il merlo, becco giallo e piuma nera,
“il tordo, la leggiadra capinera,
“il vispo cardellino
“dal gaio pennacchino…
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TITANIA -
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(Svegliandosi)
“Qual angelo mi desta
“dal mio giaciglio in fiore
“con note sì canore?
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BOTTONE -
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(Sempre cantando)
“L’allodola, il fringuello,
“l’allegro colombello,
“il monotono cucco
“al cui cantar più d’un marito becco
“rispondere non osa…
e già, perché
chi mai vorrebbe spremersi il cervello
per rispondere ad un siffatto uccello?
Chi vorrebbe un uccello sbugiardare
“cucù”, “cucù”, mettendosi a gridare?
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TITANIA -
|
O gentile mortale, canta ancora,
per le tue note s’è d’amor rapito
l’orecchio mio, così come incantato
s’è il mio occhio a codesto tuo sembiante;
ed il potere delle tue virtù
è tale su di me, dal primo sguardo,
ch’io debbo dir, giurar, che per te ardo.
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BOTTONE -
|
Secondo me, signora,
a confortar tale vostro sentire
molta ragione non dovreste avere
con voi; se pur va detto che oggidì
ragione e amore van di rado insieme;
ed è proprio un peccato
che un qualche onesto loro vicinante
non s’adoperi a renderli alleati…
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TITANIA -
|
Sei assennato per quanto sei bello.
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BOTTONE -
|
Ah, no, davvero né l’uno né l’altro;
perché se avessi abbastanza giudizio
da saper come uscir da questo bosco,
ne avrei già quanto basta per svignarmela.
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TITANIA -
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Non pensare d’uscir da questo bosco.
Tu, che lo voglia o no, qui con me
devi restare. Io non son uno spirito
da poco: nel mio regno è sempre estate
e io t’amo. Perciò vieni con me;
metterò le mie fate al tuo servizio;
esse andranno a cercar per te gioielli
in fondo al mare, e canteran per te
mentre tu giacerai addormentato
sopra un letto di fiori;
e, sgravato del tuo peso mortale,
ti farò andar vagando tutt’intorno,
come spirito, fatto solo d’aria.
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(Chiamando)
Fiordipisello! Ragnatela! Bruscolo!
Grandisénape! Dove siete tutti?
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FIORDIPISELLO -
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Son qui.
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RAGNATELA -
|
Son qui.
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BRUSCOLO -
|
Son qui.
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GRANDISENAPE -
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Siam tutti qui.
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Entrano FIORDIPISELLO, RAGNATELA, BRUSCOLO e GRANDISENAPE
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TUTTI -
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(Inchinandosi)
Che c’è da fare? Dove s’ha da andare?
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TITANIA -
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Mostratevi carine e premurose
con questo cavaliere; sui suoi passi
intrecciate carole e volteggiate;
per lui cogliete more ed albicocche
e mirtilli, uva rossa e verdi fichi;
rubate il miele nei lor favi all’api,
staccate dalle lor cosce la cera
per fabbricarne lumini da notte,
e accendeteli agli occhi delle lucciole
così da illuminare all’amor mio
la via del letto e l’ora del risveglio.
Strappate l’ali multi-colorate
alle farfalle e fatene ventaglio
ai raggi della luna sui suoi occhi
addormentati. Inchinatevi a lui,
elfi, e rendetegli un cortese omaggio.
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I QUATTRO ELFI -
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(Inchinandosi a Bottone)
Salve, mortale!
Salve!
Salve!
Salve!
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BOTTONE -
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Di tutto cuore, domando mercé
a tutte quante vostre signorie.
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(A Ragnatela)
Tu, di grazia, il tuo nome?
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RAGNATELA -
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Ragnatela.
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BOTTONE -
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Vorrò fare più stretta conoscenza
con te, mio caro Mastro Ragnatela;
se mi succede di tagliarmi un dito,
mi farò ardito a ricorrere a te.
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(A Fiordipisello)
E il tuo nome, compìto signorino?
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FIORDIPISELLO -
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Fiordipisello.
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BOTTONE -
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Salutami, allora,
tanto tua madre, la signora Buccia,
ti prego, ed altrettanto ser Baccello,
tuo padre, buon signor Fiordipisello.
Anche con te mi piacerebbe tanto
di far col tempo miglior conoscenza.
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(A Grandisenape)
Il tuo nome, di grazia, signorino?
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GRANDISENAPE -
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Grandisenape.
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BOTTONE -
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Mastro Grandisenape!
Conosco bene la tua tolleranza.
Quel gigantesco vigliacco del bue
s’è mangiato parecchi valentuomini
del tuo casato; e posso assicurarti
che al pensiero di tanti tuoi parenti
mi son venute le lacrime agli occhi.
Sono bramoso, Mastro Grandisenape,
di far con te migliore conoscenza.
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TITANIA -
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Suvvia, scortatelo al mio padiglione.
La luna guarda con occhio di pianto,
a quanto pare; e se la luna piange,
piange con lei ogni piccolo fiore,
come per qualche castità violata.
Cucitegli la lingua, all’amor mio,
e conducetelo via in silenzio.
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(Escono)
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Entra OBERON
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OBERON -
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Sono proprio curioso di saper
se Titania a quest’ora s’è svegliata,
e che cosa si sia trovata innanzi
per cui dovrà delirar di passione,
appena ha aperto gli occhi nel risveglio.
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Entra PUCK
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Ebbene, birba d’uno spiritello,
quali notturni eventi sono in corso
nel dolce incanto di questo boschetto?
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PUCK -
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Questo: che la regina mia padrona
s’è invaghita d’un mostro.
Presso la sacra sua segreta alcova,
nell’ora ch’ella si giaceva là
addormentata in un profondo sonno,
una combriccola di rattoppati,
rozzi e triviali artigiani ateniesi,
di quelli che nelle lor bottegucce
guadagnano sì e no di che sfamarsi,
erano radunati a far le prove
d’una commedia da mettere in scena
la sera delle nozze di Teseo.
Il più balordo della compagnia
di tutti quegli stolidi zucconi,
che recitava la parte di Piramo,
a un certo punto è uscito dalla scena
per entrare nel folto d’una siepe;
e qui, io, profittando del momento,
gli calzo in testa una capoccia d’asino.
Subito dopo, il mio bel commediante
perché doveva rispondere a Tisbe,
esce fuori. I compagni, nel vederlo,
scappano come tante oche selvatiche
che scorgano il furtivo uccellatore,
o come se uno stormo di cornacchie
s’alzasse tutte insieme ad uno sparo,
starnazzando e gracchiando a perdifiato,
o svolazzando da spazzare il cielo
per ogni parte, folli di paura.
Così sono scappati, nel vederlo,
tutti, inciampando e cadendosi addosso
di qua, di là, gridando: “All’assassino!”
chiamando per aiuto tutta Atene.
Le loro menti, già piuttosto deboli,
in preda ad un così violento panico
facevan veder loro una minaccia
nelle cose più innocue e inanimate,
sì da farli pensar che rovi e pruni
s’accanissero contro i lor vestiti,
li ghermissero, quali per le maniche,
quali per i capelli, nella corsa
ch’essi facevano nel ritirarsi.
Così li ho tratti via come impazziti
lasciando lì soltanto il dolce Piramo,
così come l’avevo trasformato.
In quel mentre Titania si svegliava,
e di quell’asino s’innamorava.
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OBERON -
|
Meglio di quanto potessi pensare!
Ma poi le palpebre dell’ateniese
l’hai spalmate con quel succo d’amore,
come ti dissi?
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PUCK -
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Ho fatto pure questo.
L’ho trovato disteso che dormiva
e a fianco a lui la ragazza ateniese;
sicché per forza sarà stata lei
ch’egli ha dovuto vedere svegliandosi.
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Entrano DEMETRIO e ERMIA
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OBERON -
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Eccolo l’ateniese. Nascondiamoci.
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PUCK -
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La donna è lei, ma l’uomo non è lui.
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DEMETRIO -
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(A Ermia)
Ah, trattare così colui che t’ama!
Queste amare parole di rimprovero
riservale pel tuo maggior nemico.
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ERMIA -
|
Per adesso mi limito ai rimproveri;
ma ti dovrei trattare ancora peggio,
perché tu, com’io temo, hai fatto cosa
per cui davvero debbo maledirti.
Se hai ucciso Lisandro nel sonno,
visto che sguazzi coi piedi nel sangue,
affonda il tuo pugnale nel mio petto,
e uccidi pure me.
Il sole non fu mai fedele al giorno
com’egli è a me; Lisandro
non si sarebbe mai allontanato
da Ermia addormentata ed indifesa:
mi sarebbe più facile pensare
che la terra si lasci traforare
e che la luna sgusci per quel foro
per andare a spiazzare suo fratello
agli antipodi, in pieno mezzogiorno.
Tu l’hai ucciso; non può esser altro:
un assassino non ha un altro aspetto,
così funereo, così sinistro.
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DEMETRIO -
|
Tale è l’aspetto dell’assassinato,
come son io, trafitto fino al cuore,
dall’implacabile tua crudeltà;
mentre tu, l’assassina, sei splendente
e chiara come la stella di Venere
nel pieno sfolgorar della sua sfera.
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ERMIA -
|
Che c’entra questo con il mio Lisandro?
Dov’è ora, dov’è, mio buon Demetrio?
Ah, dimmi che me lo restituirai!
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DEMETRIO -
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La sua carcassa in pasto ai miei segugi,
piuttosto!
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ERMIA -
|
Ah, cagnaccio maledetto!
Vattene via da me, cane bastardo!
Ecco vedi, m’hai spinto a trapassare
i limiti della sopportazione!
Allora l’hai ucciso, sì o no?
Che tu non possa più d’ora in avanti
figurare nel novero dei vivi!
Dimmi la verità, per una volta,
dimmela, almeno per pietà di me!
Tu non osavi riguardarlo in viso
quand’era sveglio, e l’hai assassinato
mentre dormiva… Che grande prodezza!
Un serpente, una vipera qualunque
poteva farlo. E l’ha fatto una vipera;
perché mai vipera linguaforcuta
più di te, serpe, punse tanto forte!
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DEMETRIO -
|
Stai sprecando la tua furia amorosa
per un abbaglio: io non son colpevole
del sangue di Lisandro,
che, tra l’altro, per quanto a me risulta,
non è morto.
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ERMIA -
|
Se sai che è vivo, allora,
dimmi che è sano e salvo, ti scongiuro.
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DEMETRIO -
|
Se te lo dico, che mi dài in cambio?
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ERMIA -
|
Il privilegio di non più vedermi.
Perché dall’aborrita tua presenza
io fuggirò: sia egli vivo o morto
non comparirmi più dinanzi agli occhi.
|
|
(Esce)
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DEMETRIO -
|
Seguirla adesso non mi pare il caso,
così infuriata. Starò qui perciò
per un poco. Per chi è nell’angoscia
la gravezza si fa sempre più grave
per il debito che deve pagarle
il sonno in bancarotta; ma un acconto
si potrà darle, se rimango qui
ad aspettar che il sonno glielo offra.
|
|
(Si stende per terra e s’addormenta)
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OBERON -
|
(Venendo avanti con Puck)
Ma che pasticcio hai fatto?
Hai sbagliato completamente tutto!
Hai cosparso del succo dell’amore
le ciglia d’un fedele innamorato;
sicché adesso ne seguirà per forza
che un vero amore si tramuti in odio,
e non già che si muti in amor vero
un amore sleale.
|
PUCK -
|
Allora è il fato a far tutto a rovescio,
che, per un uomo che resta fedele
ce ne siano milioni che tradiscono,
con falsi giuramenti uno sull’altro.
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OBERON -
|
Va’, vola come il vento per il bosco
e rintracciami Elena d’Atene.
È pallida d’amore, e i suoi sospiri
costano cari al giovane suo sangue.
Conducimela qui con qualche inganno.
Io farò d’incantar gli occhi di lui
per quando lei gli apparirà davanti.
|
PUCK -
|
Vado, vado, volando: sta’ a guardare!
Più ratto d’una freccia
scoccata dal tremendo arco d’un Tartaro.
|
|
(Esce)
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OBERON -
|
(Si avvicina a Demetrio addormentato e gli spreme
il succo del fiore sulle ciglia)
“Fior di porpora vestito,
“dalla freccia di Cupido,
“scendi, affonda le tue stille
“di quest’uomo alle pupille
“sì che amor per quella il tocchi
“sulla quale aprirà gli occhi,
“e la veda ancor più bella
“che di Venere la stella.
“Sì, al destarti l’hai vicina:
“chiedi a lei la medicina”.
|
|
Riappare PUCK
|
PUCK -
|
Capitano di nostra aerea armata,
Elena è qui da presso, l’ho trovata.
Con lei è il giovane da me stregato,
che, di lei follemente innamorato,
le richiede d’amore un attestato.
Gustiamoci ora i loro battibecchi.
Questi mortali, signore, che sciocchi!
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OBERON -
|
Scostiamoci, però, ché il lor parlare
potrebbe anche Demetrio risvegliare.
|
PUCK -
|
In due per una femmina languire:
basta questo per farmi divertire!
Per me le cose ch’hanno più sapore
sono quelle che nascon dall’errore.
|
|
(Oberon e Puck si ritirano in disparte)
|
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Entrano ELENA e LISANDRO
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LISANDRO -
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Perché, se giuro, Elena, di amarti
dovresti credere che è sol per burla?
Mai burla e scherno si sciolsero in lacrime;
e io piango a giurarti l’amor mio.
Giuramenti che nascono dal pianto
contengono nel loro stesso nascere
la prova della lor sincerità.
Come ti può apparir fatto per burla
il mio comportamento, se in se stesso
porta il segno della sincerità?
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ELENA -
|
Tu spingi più e più oltre il tuo raggiro.
Oh, qual diabolico-santo conflitto,
quando una verità ne uccide un’altra!
Questi tuoi giuramenti son per Ermia:
vuoi finirla con lei?
Pesali insieme, voto contro voto,
e troverai che il loro peso è zero.
I voti a lei giurati e a me giurati
posti su due bilance,
daranno un peso pari, l’uno e l’altro
leggeri e vuoti come son le chiacchiere…
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LISANDRO -
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Quando giurai a lei d’esser fedele
non ero in grado ancor di giudicare.
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ELENA -
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Né lo sei ora che rinunci a lei,
secondo me.
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LISANDRO -
|
Demetrio l’amerà;
perché lui ama lei, non ama te.
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DEMETRIO -
|
(Svegliandosi e vedendosi Elena davanti)
O Elena, dea, ninfa,
perfezione divina! A che, amor mio,
potrò mai somigliare gli occhi tuoi?
Il cristallo, al confronto è solo fango!
Oh, come mi si mostran tentatrici
le tue labbra, ciliege da baciare!
Il gelido biancor dell’alte nevi
sul Tauro ventilato del libeccio
diventa color nero-corvo
se tu fai tanto da alzar la tua mano!
Oh, lascia ch’io lo ricopra di baci
questo sovrano tuo puro candore,
questo sigillo di felicità!
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ELENA -
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O rabbia! O inferno! Tutti consociati,
vedo, per divertirvi alle mie spalle!
Se foste appena appena costumati
e dotati d’un po’ di cortesia
non mi potreste offendere così!
Ma non potete seguitare a odiarmi,
come sono sicura che m’odiate,
senza che vi alleiate in questo modo
per schernirmi? Se foste veri uomini,
come sembrate essere all’aspetto,
non vi comportereste in questo modo
con una gentildonna come me:
dire entrambi, e giurare, che m’amate,
far lodi sperticate di mie grazie,
quando son certa che mi detestate?
Siete rivali nell’amare Ermia,
e lo volete essere egualmente
ora nel prendervi gioco di Elena?
Un gran bel gesto, una virile impresa
evocar con la vostra derisione
le lacrime a una povera ragazza!
Nessuno, che appartenga al vostro rango,
offenderebbe così una fanciulla,
e metterebbe a così dura prova,
sol per gioco, la sua sopportazione!
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LISANDRO -
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Sei crudele, Demetrio. Non lo fare.
Tu ami Ermia, e sai che io lo so.
Ebbene, vedi, io con tutto il cuore,
ti cedo la mia parte del suo amore,
e tu a me lascia l’amore di Elena,
ch’io amo ed amerò fino alla morte.
|
ELENA -
|
Mai si sprecò più fiato
da chi volle burlarsi di qualcuno.
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DEMETRIO -
|
Tienti pure, Lisandro, la tua Ermia,
io non la voglio più. Se già l’ho amata,
quell’amore è del tutto dileguato.
Il mio cuore mio con lei ha soggiornato
come un ospite, solo di passaggio,
ed ora torna ad Elena,
come alla propria casa, per restarci.
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LISANDRO -
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Elena, non gli credere.
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DEMETRIO -
|
Lisandro, non offender quella fede
che non conosci, se non vuoi rischiare
di pagarlo assai caro…
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Entra ERMIA, affannata
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ERMIA -
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Il buio della notte, che impedisce
all’occhio di vedere, dà all’orecchio
la percezione più viva e sottile;
diminuendo il senso della vista,
raddoppia in cambio quello dell’udito.
Non è stato il mio occhio a ritrovarti,
Lisandro, ma l’orecchio, e lo ringrazio,
m’ha portato ad udire la tua voce.
Perché, scortese, sei andato via
così da me, e m’hai lasciato sola?
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LISANDRO -
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Perché sarebbe dovuto restare
chi dall’amore è sospinto ad andare?
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ERMIA -
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Quale amore potrebbe mai sospingere
Lisandro a distaccarsi dal mio fianco?
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LISANDRO -
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L’amore di Lisandro,
quello appunto, che non gli permetteva
d’indugiare con te: Elena bella,
colei che fa la notte più splendente
che non possano far tutte le stelle,
quell’orbite di fuoco, occhi di luce,
che tu vedi lassù. Perché mi cerchi?
Possibile che questo non ti dica
ch’è il disgusto di te, di starti accanto,
a far ch’io t’abbia così abbandonata?
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ERMIA -
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Tu dici cosa che non puoi pensare.
Non può esser così!
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ELENA -
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Ecco, anche lei è alleata con loro!
Ora capisco: si sono accordati
tutti e tre per tramare alle mie spalle
questa ipocrita burla. Ermia insolente!
Ingrata amica, con loro anche tu,
a cospirar per ridere di me
con questa sciocca quanto atroce beffa?
Tutti i segreti che ci siamo detti,
i nostri giuramenti di sorelle,
le ore che passate abbiamo insieme,
rimproverando il tempo dispettoso
che trascorrendo troppo frettoloso
voleva separarci… tutto questo,
oh, l’hai davvero tu dimenticato?
E l’amicizia dei giorni di scuola,
e la nostra innocente fanciullezza?
Noi, Ermia, come due divini artefici,
abbiam creato insieme, coi nostri aghi,
un sol fiore, d’un unico modello,
sedute sopra un unico cuscino,
cantando insieme la stessa canzone
all’unisono, sulla stessa chiave,
come se avessimo in un sol essere
confusi e mani e fianchi e voci e menti.
Così siamo cresciute, tu ed io,
simili a due ciliege, nate in coppia,
che sembrano divise sui due gambi,
ma nella divisione sono unite;
due belle coccole su un solo stelo
spuntate, con due corpi all’apparenza,
due delle prime, come nell’araldica
due stemmi appartenenti a due famiglie
ma sovrastati da una sola cresta.
E vuoi spezzare questo antico affetto
tu, ora, per unirti, donna a uomini,
nell’irrider la tua povera amica?
Non è da amica, né da donna, questo.
L’intero nostro sesso, insieme a me,
potrebbe rinfacciarti quest’offesa,
quand’anche sia io sola ora a soffrirne.
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ERMIA -
|
Son davvero stupita
di queste tue parole appassionate…
Non son io, a burlarmi di te,
sei tu, mi pare, a burlarti di me.
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ELENA -
|
Non hai tu forse istigato Lisandro,
ad inseguirmi, come per ischerno,
e a fare dei miei occhi e del mio volto
false ipocrite lodi; non hai tu
indotto l’altro tuo innamorato,
Demetrio, il quale ancora poco fa
mi respingeva a calci,
ad invocarmi coi nomi di dea,
ninfa, divina, rara, celestiale?
Perché dovrebbe parlare così
a chi detesta? E perché mai Lisandro
dovrebbe rinnegare quell’amore
che sì ricco per te gli ferve in cuore,
se non da te istigato, te d’accordo?
Che fa s’io non possiedo le tue grazie,
s’io non son così amata e fortunata,
e tanto più di te infelice e misera
per amare senz’esser riamata?
Mi dovresti compiangere per questo,
piuttosto che coprirmi di disprezzo!
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ERMIA -
|
Non capisco perché parli così.
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ELENA -
|
E dài, seguita ancora!
Atteggia pure il viso alla tristezza,
e fa’ boccacce appena volto il dorso;
fatevi l’occhiolino l’un con l’altro,
proseguite questo gioioso scherzo;
questo gioco, portato bene avanti,
sarà da raccontare bene in giro.
Se aveste un briciolo di compassione,
di cortesia e buona educazione,
non fareste di me tanto ludibrio.
Ma addio. La colpa è anche un poco mia
e saprò porvi subito rimedio,
col togliermi di mezzo, o con la morte.
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LISANDRO -
|
No, Elena gentile, non andartene!
Senti le mie ragioni, amore mio,
mia vita, anima mia, Elena bella!
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ELENA -
|
Oh, ma bene, benissimo!
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ERMIA -
|
(A Lisandro)
Caro, non devi schernirla così.
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DEMETRIO -
|
(A Lisandro)
E se non basta lei a persuaderti,
so io come costringerti a desistere!
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LISANDRO -
|
Tu non saprai costringermi, Demetrio,
più di quanto ella sappia supplicarmi!
Con me le tue minacce han meno forza
delle sue deboli supplicazioni.
Io, t’amo, Elena, sulla mia vita!
E ti giuro su questa stessa vita
ch’io sono pronto a perdere per te,
che proverò mendace per la gola
chiunque venga a dirti ch’io non t’amo.
|
DEMETRIO -
|
Io affermo che t’amo
più di quanto non sappia amarti lui.
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LISANDRO -
|
Se lo affermi a parole,
allontaniamoci e provalo col ferro!
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DEMETRIO -
|
Subito, andiamo, vieni.
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ERMIA -
|
(Trattenendolo)
Lisandro, a quale scopo tutto questo?
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LISANDRO -
|
(Allontanandola)
Va’ via, etiope!
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ERMIA -
|
(Sempre trattenendolo)
No, che lui, sta’ attento…
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DEMETRIO -
|
Tu fai finta di rompere il guinzaglio…
e volermi seguire, ma non vieni.
Sei un uomo addomesticato, va’!
|
LISANDRO -
|
(Divincolandosi da Ermia)
Tòglimiti di dosso, gatta, zeccola!
Lasciami andare, vilissimo insetto!
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ERMIA -
|
Perché sei diventato sì volgare?
Che mutamento è questo, amor mio?
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LISANDRO -
|
Amore mio?… Via, tartara di bronzo!
Vattene, nauseabonda medicina!
Detestata pozione, via di qui!
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ERMIA -
|
Non stai scherzando?
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ELENA -
|
Sì, che scherza! Scherza!
E tu sèguiti a farlo, insieme a lui!
|
LISANDRO -
|
Con te, Demetrio, terrò la parola.
|
DEMETRIO -
|
Magari fossi sicuro di averla!
Ma m’accorgo che basta a trattenerti
un esil laccio. Sulla tua parola
non c’è da fare alcun affidamento.
|
LISANDRO -
|
E che vorresti, che la malmenassi,
che la battessi a morte, l’uccidessi?
M’è in odio, sì, ma farle male, no.
|
ERMIA -
|
E qual male peggiore mi puoi fare
che avermi in odio?… Odiarmi… Ma perché?
Povera me! Che ti succede amore?
Non son io Ermia? E non sei tu Lisandro?
Bella son ora quanto l’ero prima.
Fino a stanotte m’hai voluto bene,
e tuttavia stanotte m’hai lasciata…
Allora tu mi vuoi abbandonare…
Oh, che Dio non lo voglia!… Fai sul serio?
|
LISANDRO -
|
Sulla mia vita, sì,
Ermia, e non ti voglio più vedere!
Perciò togliti pure dalla mente
ogni speranza, non chiedermi più,
abbandona ogni dubbio: sta’ pur certa
che non c’è nulla di più vero al mondo,
nulla di più lontano da uno scherzo
se ti dico che t’odio e che amo Elena.
|
ERMIA -
|
Misera me!
|
|
(A Elena)
Perfida ingannatrice!
Bruco che rode i boccioli di rose!
Ladra d’amore! Come!
Sei venuta di notte a trafugare
il cuore del mio amore dal suo seno?
|
ELENA -
|
Oh, quest’è proprio bella!
Hai perduto davvero ogni ritegno,
ogni pudore, ogni ombra di rossore!
Vuoi per forza strappar dalla mia lingua,
finora dimostratasi gentile,
risposte d’ira? Vergogna, vergogna,
simulatrice ignobile, pupattola!
|
ERMIA -
|
“Pupattola”… Perché?…
Ah, ecco allora com’è andato il gioco!
Ora ho capito: lei lo ha persuaso
a confrontar le nostre due stature,
s’è fatta bella con la propria altezza
e la propria persona, sì, sì, certo,
la sua statura, l’alta sua persona,
ed è riuscita ad attirarlo a sé…
E sei potuta crescer tanto in alto
nella sua stima, sol perché al confronto
io sono così nana e così bassa?
Quanto son bassa, di’, quanto son bassa,
eh!, dillo, pertica riverniciata!
Certamente non tanto che quest’unghie
non possano arrivare così in alto
da raggiungere e sgraffignarti gli occhi!
|
ELENA -
|
(A Demetrio e Lisandro)
Signori, ve ne prego,
burlatevi di me quanto vi pare,
ma trattenetela dal farmi male.
Io non son buona a dir male parole,
non son capace di far sgarberie,
e per spirito imbelle, sono donna.
Impeditele che mi venga addosso:
non pensate ch’io possa starle a fronte
perché è più bassa.
|
ERMIA -
|
“Più bassa”: sentite?
E lo ripete, ancora!
|
ELENA -
|
Mia buona Ermia,
non essere così aspra con me.
Io t’ho sempre voluto bene, Ermia,
ho sempre custodito i tuoi segreti,
non t’ho mai fatto torto,
salvo che, per amore di Demetrio,
gli ho detto della tua segreta fuga
in questo bosco. Lui t’ha qui seguita,
ed io, per amor suo, ho seguito lui.
Ma egli m’ha scacciata via da sé,
minacciando di battermi, frustarmi,
di uccidermi perfino, sì, di uccidermi!
E adesso, se mi lascerete in pace,
me ne torno ad Atene,
portandomi con me la mia follia
e non vi seguo più. Fatemi andare.
Vedete come son franca e sincera,
e come sono, ahimè, innamorata.
|
ERMIA -
|
Vattene pure, chi te lo impedisce?
|
ELENA -
|
Uno stupido cuore innamorato,
ch’io lascio dietro, qui.
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ERMIA -
|
Che! Con Lisandro?
|
ELENA -
|
Con Demetrio.
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LISANDRO -
|
Ma non aver paura,
Elena, lei non ti farà alcun male.
|
DEMETRIO -
|
No, signor mio, non le farà alcun male,
malgrado ci sia tu dalla sua parte.
|
ELENA -
|
Oh, la conosco, lei quand’è infuriata,
è pungente e cattiva. Era un’arpia,
da piccola, quando andavamo a scuola.
Pur piccolina com’è, è feroce.
|
ERMIA -
|
“Piccolina”, di nuovo?…
Non sai dir altro che “piccola” e “bassa”?
|
|
(A Demetrio e Lisandro)
E voi, come potete tollerare
che m’insulti così?… Ci penso io!
|
|
(Si slancia contro Elena)
|
LISANDRO -
|
(Trattenendola)
Va’, va’, nanetta, cosuccia da niente,
fatta d’infuso d’erba sanguinella,
grano di cece, coccola di ghianda!
|
DEMETRIO -
|
Ti scaldi troppo in favore di Elena,
che sdegna invece queste tue premure.
Lasciala stare. Non parlar nemmeno
di lei, non prendere le sue difese;
ché se mai ti passasse per la testa
di mostrarle anche un briciolo d’amore,
l’avrai da far con me.
|
LISANDRO -
|
Adesso lei non mi trattiene più:
seguimi, allora, andiamo, se hai coraggio
di provare chi vanta più diritti,
se tu od io, su Elena.
|
DEMETRIO -
|
Seguirti?
No, guancia contro guancia, insieme a te.
|
|
(Escono Lisandro e Demetrio)
|
ERMIA -
|
Tutto per causa tua questo trambusto!
Non andartene, adesso.
|
ELENA -
|
Non mi fido.
Di te non posso avere più fiducia,
né intendo trattenermi un solo istante
con la vostra dannata compagnia.
Le tue mani saranno, sì, più leste
a menar colpi, però le mie gambe
son più lunghe per farmi fuggir via.
|
|
(Esce)
|
ERMIA -
|
Sono stordita e non so più che dire.
|
|
(Esce)
|
OBERON -
|
(Ricomparendo, a Puck)
Questo è il frutto della tua sventatezza.
Ti sbagli sempre, o lo farai apposta
a combinar queste tue birbonate.
|
PUCK -
|
No, re dell’ombre, non l’ho fatto apposta;
devo aver preso un uomo per un altro.
Tu non m’avevi detto
che avrei dovuto riconoscer l’uomo
dalla foggia ateniese del vestito?
Ebbene questo ho fatto:
ho spalmato del succo di quel fiore
gli occhi d’un ateniese; e fino qui
l’impresa mia si dimostra innocente.
Del resto fino ad ora son contento
che sia andata così, perché per me
questa lor lite è stata un vero spasso.
|
OBERON -
|
Già, ma vedi che questi due amanti
ora cercano un luogo dove battersi.
Perciò affrettati, Robin,
a far calare il buio della notte;
copri il cielo stellato
con una fitta coltre di caligine
oscura e tetra come l’Acheronte,
sì da condurre per diverse vie
questi irosi rivali,
che non s’abbiano più a trovar di fronte.
Mettiti a contraffare, con la tua,
a vicenda la voce di Lisandro,
eccitando la stizza di Demetrio
col rivolgergli qualche acerbo oltraggio;
e poi, a volta, quella di Demetrio,
con altrettali ingiurie verso l’altro,
e bada che si tengano lontani
finché non cali sulle loro palpebre
coi suoi piedi di piombo
e con l’ali di pipistrello un sonno
così profondo da sembrare morte.
Quindi spremi sugli occhi di Lisandro
quest’erba che ha il benefico potere
di scioglierli da ogni incantamento,
rendendo loro la vista di sempre;
sì che costoro al prossimo risveglio
crederanno che tutta questa beffa
sia stata un sogno, una vana illusione;
e se ne torneranno i quattro amanti
ad Atene, riuniti gli uni agli altri,
in lunga e santa fedeltà d’amore.
Mentre tu sbrigherai questa faccenda,
io per mio conto andrò dalla regina
a farmi dare quel ragazzo indiano;
e allora toglierò dagli occhi suoi
l’incanto della vista di quel mostro,
e tutto tornerà com’era prima.
|
PUCK -
|
Mio fatato signore, tutto questo
dev’esser compiuto ben in fretta,
perché i veloci draghi della notte
già squarciano le nuvole,
e laggiù splende l’araldo del giorno
al cui levar gli spiriti vaganti
tornano in massa ai loro cimiteri,
e quelli morti in disgrazia di Dio
ch’ebbero sepoltura nei quadrivi
o giù nel fondo dei marini abissi
son già tornati ai lor letti di vermi,
perché temendo che il chiaror del giorno
abbia a svelare le loro vergogne,
bramosamente fuggono la luce
costretti ad essere consorti eterni
della Notte dal tenebroso ciglio.
|
OBERON -
|
Noi siamo spiriti d’altra natura
ed anzi io spesso mi son deliziato
a vagheggiare l’amore d’Aurora;
e posso andar di notte per i boschi,
liberamente, come un guardacaccia
fino a quando le porte dell’Oriente
rosse di fuoco, aprendosi a Nettuno,
non trasformino in oro sfolgorante
col divino splendor dei loro raggi
la distesa del suo salmastro azzurro.
Ma su, alla svelta! Non perdiamo tempo!
Possiamo compiere l’operazione
prima che spunti la luce del giorno.
|
PUCK -
|
“Li menerò di qua,
“li menerò di là,
“per campagna e città,
“dove Robin vorrà.
“Eccone uno già”.
|
|
Rientra LISANDRO
|
LISANDRO -
|
Demetrio spaccamonti, dove sei?
Parla, fatti sentire?
|
PUCK -
|
(Imitando la voce di Demetrio)
Son qua, vigliacco, con la spada in pugno,
e pronto a battermi. Ma dove sei?
|
LISANDRO -
|
Eccomi. Sono subito da te!
|
PUCK -
|
(c.s.)
Seguimi, allora, su terreno aperto.
|
|
(Lisandro esce, come a seguir la voce di Demetrio)
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|
Rientra DEMETRIO
|
DEMETRIO -
|
Non parli più, Lisandro?… Dove sei?
Te la sei data a gambe, eh, vigliacco!
Parla! Ti sei nascosto in qualche siepe?
Dove hai ficcato il capo?
|
PUCK -
|
(Imitando la voce di Lisandro)
Tu, vigliacco,
che fai il rodomonte con le stelle
cercando di far credere ai cespugli
che vai cercando chi sa quali guerre,
e non ti fai avanti. Su, vigliacco,
vieni avanti, bamboccio!
Te le voglio suonar con la bacchetta,
ché ad usare la spada
con uno come te, mi disonoro.
|
DEMETRIO -
|
Ah, sei là?
|
PUCK -
|
(c.s.)
Vieni dietro alla mia voce.
Non è qui che potremo misurarci.
|
|
(Escono Demetrio e Puck)
|
|
Rientra LISANDRO
|
LISANDRO -
|
Mi scappa avanti, e séguita a sfidarmi;
e, come arrivo là dove ha chiamato,
non ci si fa trovare più, furfante!
Ha i calcagni più celeri dei miei;
per quanto io sia veloce nel rincorrerlo,
lui fa sempre più presto a scomparire,
e adesso mi ritrovo qui nel buio,
in questo impervio e tortuoso sentiero…
Mi riposerò qui.
|
|
(Si sdraia per terra)
|
|
Giorno gentile, fa’ presto a venire,
ché appena il tuo barlume apparirà,
io scoverò Demetrio, avrò vendetta
di questo suo irritante dispetto.
|
|
(S’addormenta)
|
|
Rientra DEMETRIO, riappare PUCK
|
PUCK -
|
(Dal fondo, imitando la voce di Lisandro)
Beh, vigliacco, perché non vieni avanti?
|
DEMETRIO -
|
Fèrmati, finalmente, se hai coraggio!
Ché ben m’accorgo che mi corri innanzi
sgattaiolando d’uno ad altro luogo,
senza avere il coraggio di fermarti
e di guardarmi in faccia. Dove sei?
|
PUCK -
|
(c.s.)
Eccomi, vieni qua, da questa parte.
|
DEMETRIO -
|
No, ti burli di me…
Ma se riesco a veder la tua faccia
alla luce del giorno, me la paghi!
Adesso vattene per la tua strada,
la stanchezza mi forza a misurare
con tutta la lunghezza del mio corpo
questo freddo giaciglio.
Ma aspèttati domani, appena giorno,
ch’io ti rintraccerò, sta’ pur sicuro!
|
|
(Si stende a terra e s’addormenta)
|
|
Rientra ELENA
|
ELENA -
|
Oh, notte stracca, accorcia le tue ore,
notte tediosa, lunga, interminabile!
Conforto della luce, torna a splendere
all’orizzonte dell’azzurro Oriente,
ch’io possa volger verso Atene i passi,
via da chi odia la mia compagnia!
Ma ora venga il sonno, che all’angoscia
chiude talvolta gli occhi, a rubar me
anche alla compagnia di me medesima.
|
|
(Si stende a terra e s’addormenta)
|
PUCK -
|
“Solo tre? La quarta appaia,
“che sian quattro a far due paia.
“Ecco, infatti, ch’essa arriva:
“non mi par molto giuliva.
“La freccia di Cupido è dispettosa,
“rende pazza la donna più ritrosa”.
|
|
Rientra ERMIA
|
ERMIA -
|
Mai tanto stanca, mai tanto angosciata,
fradicia fino al capo di rugiada,
da rovi e spine tutta lacerata.
Non reggo più, mi sento uno sconquasso,
più non reggono le mie gambe il passo
con la mia volontà. Rimango qui,
a riposare fino al far del dì.
|
|
(Si distende a terra)
|
|
Dio protegga Lisandro da ogni danno,
se domani quei due si batteranno.
|
|
(S’addormenta)
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PUCK -
|
(S’avvicina a Lisandro e gli spreme sulle palpebre il succo d’amore)
“Mentre al tuo sonno è culla
“or questa terra brulla,
“io te ne palmo gli occhi,
“perché amor ne trabocchi.
“E quando li aprirai
“gran gioia proverai
“a mirare il sembiante
“della tua vecchia amante.
“E s’avveri così l’antico detto
“noto alla nostra gente di campagna:
“A ognun la sua compagna,
“Gisetta al suo Gisetto.
“Al maschio la sua femmina si dia,
“e vivan tutti in pace e in allegria”.
|
|
(Sparisce)
|