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lunedì 20 giugno 2011

ar­ti­colo di In­dro Mon­ta­nelli ap­parso su La Voce, quo­ti­diano da lui di­retto, il 23 di­cem­bre 1994


Fi­nal­mente! Fi­nal­mente, con le di­mis­sioni pre­sen­tate ieri mat­tina a Scal­faro, che ta­gliano corto al di­bat­tito par­la­men­tare, Ber­lu­sconi ha chiuso – al­meno per ora – il pro­prio ci­clo. E fi­nal­mente si po­trà ri­co­min­ciare a par­lare di tutto, an­che di politica.
Sono quasi otto mesi che non lo si fa. Quasi otto mesi che si parla sol­tanto di Ber­lu­sconi. Se sia un uomo ve­ra­mente nuovo, od un la­scito di quelli vec­chi. Se sia stato un grande im­pren­di­tore, o sol­tanto un grande pro­fit­ta­tore dello Stato e dei suoi fa­vori e con­ces­sioni. Se le sue im­prese fos­sero pro­prio dei mo­delli di ef­fi­cienza, o dei con­te­ni­tori di aria fritta e di de­biti. Se fosse un grande fi­nan­ziere o sol­tanto un grande av­ven­tu­riero della fi­nanza, la rie­di­zione di uno Stavisky.
Più che a ciò che di­ceva, si ba­dava a come lo di­ceva, non c’erano oc­chi né orec­chi che per sa­pere se e chi gli aveva fatto il lif­ting, chi era il suo sarto, chi prov­ve­deva alla sua pet­ti­na­tura, se da­vanti al vi­deo re­ci­tava la parte man­data a me­mo­ria o la leg­geva sul «gobbo» na­sco­sto die­tro la mac­china da ri­presa, e quale ce­rone usava per li­sciare le guance e quale ci­pria per na­scon­dere l’incipiente cal­vi­zie, suo in­cubo e croce (oh, quella chioma dell’Avvocato! ). Se sul volto s’infilava la calza an­ti­ru­ghe. E di quante ville fosse pro­prie­ta­rio, e di quali me­ra­vi­glie que­ste ville tra­boc­cas­sero. E se re­ci­tasse bene o male la parte di an­fi­trione quando ri­ce­veva i Grandi della Terra (e quali bar­zel­lette da fu­re­ria rac­con­tasse al loro orec­chio, come pur­troppo è accaduto).
Ber­lu­sconi. Sem­pre Ber­lu­sconi. Solo Ber­lu­sconi. Per otto mesi l’Italia è stata (an­che per gli stra­nieri, ahimé) Ber­lu­sconi. Per otto mesi non si è po­tuto in­ta­vo­lare, nem­meno in fa­mi­glia, una con­ver­sa­zione che non avesse per ar­go­mento Ber­lu­sconi o non ci fi­nisse. In suo nome si sono rotte ami­ci­zie an­ce­strali. Per otto mesi di­ret­tori e ca­pi­re­dat­tori di gior­nali e pe­rio­dici hanno ce­sti­nato no­ti­zie che in al­tri tempi avreb­bero oc­cu­pato le prime pa­gine, se non ri­guar­da­vano Ber­lu­sconi, e le case edi­trici hanno ri­fiu­tato qual­siasi ma­no­scritto che non fosse una bio­gra­fia di Ber­lu­sconi (né ha avute più lui in otto mesi che Bi­smarck in ottant’anni). Al­tro che «Duce sei tutti noi!». Per otto mesi Ber­lu­sconi è stato tutti noi più di quanto il Duce lo sia stato in vent’anni.
Fi­nal­mente! Fi­nal­mente ci siamo li­be­rati di que­sta ossessione.
Fi­nal­mente po­tremo ri­co­min­ciare a di­scu­tere della pub­blica am­mi­ni­stra­zione e della pub­blica fi­nanza senza il ti­more che qual­siasi pro­po­sta venga pro­pu­gnata o com­bat­tuta se­condo gli in­te­ressi di Ber­lu­sconi. Fi­nal­mente po­tremo oc­cu­parci di pro­blemi che non siano sol­tanto la Fi­nin­vest di Berlusconi.
Fi­nal­mente la Corte di Cas­sa­zione po­trà aval­lare o boc­ciare sen­tenze che non siano in odore di fa­vo­reg­gia­mento o di dan­neg­gia­mento di Berlusconi.
Fi­nal­mente po­tremo rial­zare la te­sta ed ap­pun­tare lo sguardo su ciò che av­viene nei Paesi che ci cir­con­dano senza l’angoscia di ve­dervi ac­cor­rere Ber­lu­sconi a farvi le sue so­lite sceneggiate.
Fi­nal­mente po­tremo per­sino dire e scri­vere, senza es­sere so­spet­tati di fare il gioco di Ber­lu­sconi, che la triade eco­no­mica re­ga­la­taci da Ber­lu­sconi (Dini-Pagliarini-Tremonti) ha fatto il mas­simo del poco che poteva.
Fi­nal­mente po­tremo fare la corte (parlo per gli al­tri, si ca­pi­sce, non per me) a qual­che bella donna senza prima do­ver ap­pu­rare se è amica o ne­mica di Berlusconi.
Fi­nal­mente po­tremo per­sino par­lare bene di Ber­lu­sconi senza cor­rere il ri­schio di es­sere scam­biati per un Fede o uno Sgarbi, e dire per esem­pio, senza tema di ve­nire frain­tesi, che di tutti i Ber­lu­sconi e ber­lu­schini d’Italia, Sil­vio era (e re­sta) il migliore.
Non sap­piamo cosa ci aspetta do­mani, ma­gari una con­fu­sione an­cora più grossa di quella in cui Ber­lu­sconi ci ha pre­ci­pi­tato ed ora ci la­scia. Per il mo­mento ci si con­senta di as­sa­po­rare, de­li­bare, esa­lare, ur­lare a pieni pol­moni que­sto so­spi­rato li­be­ra­to­rio fi­nal­mente (e al dia­volo il dia­volo che, rim­piat­tato sotto il no­stro ta­volo, ci mor­mora ghi­gnando: «Ma sei pro­prio si­curo che si tratti di un finalmente?»)
In­dro Montanelli

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