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giovedì 24 novembre 2011

Aretino: Altri sonetti lussuriosi


PROEMIO


Questo è un libro d'altro che Sonetti,
di Capitoli, d'Egloghe o Canzone;
qui il Sannazaro o il Bembo non compone
né liquidi cristalli, né fioretti.

Qui il Bernia non ha madrigaletti,
ma vi son cazzi senza discrezione,
ecci la potta, e 'l cul che gli ripone,
come fanno le scatole a' confetti.

E qui son gente fottute sfottute,
e di cazzi e di potte notomie,
e nei culi molte anime perdute.

E ognun si fotte in le più leggiadre vie,
ch'a Ponte Sisto non sarian credute,
infra le puttanesche gerarchie.

Et in fin le son pazzie
a farsi schifo di sì buoni bocconi,
e chi non fotte ognun, Dio gli perdoni!


I


Veduto avete le reliquie  tutte
dei cazzi orrendi in le potte stupende;
et avete visto far quelle faccende
allegramente a queste belle putte;

e di dietro e d'inanzi darle frutte,
e ne le bocche le lingue a vicende:
che son cose da farne le leggende,
come che di Morgante e di Margutte.

Io so ch'un gran piacer  avete  avuto,
a veder dare in potta e' n cul la stretta,
in modo che più non s'è fottuto.

E come spesso nel naso si getta
l'odor del pepe o quel dello starnuto,
che fanno starnutar un con gran fretta

così nella braghetta,
del fotter a l'odor corretti sete;
e toccatel' con man, se nol' credete.

II


Madonna, dal polmone è vostro male:
il rimedio c'è pronto, se volete
alzar le coscie più che potete
per ricever in cul un serviziale.

Questo val meglio che acqua pettorale,
madonna; v'assicuro el trovarete.
- Orsù, Messer, poi ché questo credete,
di guarirme più tardar non mi cale.

Ecco il cul, alerta! Ohimè! Che fate?
Gli è differente il tondo dal fesso;
non è il patto che mi facesti adesso.

Pian, che gli è grosso, mi storpiate!
- Madonna, volete che vi dica il vero?
Quel mio cazzon duro, so che guarisce

polmon anche la tosse.
- Pur che duri tal festa, di guarir spero;
ma di finir così presto mi dispero.


III


Dialogo: Aretino, Franco.

A. Dunque, ser Franco, il Papa fé davvero?
F. Cazzo! lui mi fé porre il laccio al collo,
e sù le forche dar l'ultimo crollo.
A. La Poesia?... F. La non mi valse un zero!

Anzi, lei mi fu il boia. A. A dirti il vero,
mai ti vedesti di dir mal satollo.
F. Il cancaro che ti mangi, e chi pensollo!
Fu il non saper mostrar per bianco il nero.

A. Diceasi in Roma, che eri mal Cristiano;
intesi non so che di Sodomia...
F. Becco cornuto, tu sei l'Aretino!

Bardascia, bugerone, luterano,
ch'hai più corna che compar Cristino!
A. Menti! F. Mento? il mal'anno che Dio ti dia!



IV


Morendo su le forche, un Ascolano,
qual era avvezzo a scaricar la foia,
vide, torcendo il capo, il culo al boia,
che li facea su 'l collo un ballo strano.

Subitamente, o fragil senso umano!
il cazzo se gli arrizza, ancor che moia;
ma non se 'l mena già, che gli da noia
l'aver legata l'una e l'altra mano.

Così all'inferno, a cazzo ritto è andato,
e al Nemico, in vece di saluto,
dentro del negro cul l'ebbe ficcato;

poi ringraziollo e disse: - O Pluto,
tu hai le corna ed io ti ho buggerato;
dunque ti posso dir becco fottuto.


V


Per Europa godere, in bue cangiossi
Giove, che di chiavarla avea desio;
e la sua deità posta in oblio,
in più bestiali forme trasformossi.

Marte, ancor lui, perdé li suoi ripossi,
che potea ben goder, perch'era Dio,
e di tanto chiavar pagonne il fio,
mentre qual topo in rete pur restossi.

All'incontro costui, che qui mirate,
che pur senza pericolo potria
chiavar, non cura potta né culate.

Questa per certo è pur coglioneria,
tra le maggiori e più solennizzate
e che commessa mai al mondo sia.

Povera mercanzia!
Non lo sai tu, coglion, ch'è un gran marmotta
colui che di sua man fa culo e potta?


VI


Questo è un cazzo papal; se tu lo vuoi,
Faustina, o in potta o in cul, dimmelo pure,
perché rare a venir son le venture.
- Lo terrò in potta se volete voi.

- In culo tel porrei, ma dacché vuoi
così, stenditi bene e mena pure,
che non avrà di queste fatte cure
donna che bella sia, qual sol fra noi.

Spingi, ben mio, e fà che la siringa
del mio bel cazzo formi un bel poema;
spingi, cor mio, ancor rispingi e spingi.

Ponmi una mano al cul, con l'altra stringi
e abbraccia stretto, e porgimi la lingua,
mena, mio ben; oh! che dolcezza estrema!

Ohimè! che già non scema
il piacer! ma saria maggior all'otta
se il cazzo entrasse in cul, non men ch'in potta!


VII


Ohimè! la potta! crudel! che fai,
con questo così grosso orrendo cazzo?
- Taci, cor mio, che così gran sollazzo
non ci cangi il padrone in stenti e in guai.

E se del fotter mio piacer non hai,
fatti pur verso me qui, dallo spasso,
che se sino ai coglion dentro va il cazzo,
dolcezza assai maggior ne sentirai.

- Eccomi pronta, o fido servo caro!
Fà di me le tue voglie, e in faticarte
per ben servir non esser punto avaro.

- Non dubitar, ben mio; ch'io voglio darte
sì ghiotta fottitura, e in modo raro,
ch'invidia n'averàn Venere e Marte.

Potrebbe in potta entrarte,
dimmi, di grazia, il più superbo rulo?
- In potta no, ma il ciel mi guardi il culo!


VIII


Non più contrasto, orsù, tutto s'acchetti,
spartitevi tra voi questa ricotta,
uno si pigli il cul, l'altro la potta,
dando principio agli amorosi affetti.

Nel ben fotter ognuno si diletti
e pensi in usar ben cosa sì ghiotta
perché alla fine il culo, ovver la potta
sono del bello e buon dolci ricetti.

Io vi consiglio in ciò, fate a mio modo,
né in risse o questioni dimorate,
ognun nel buco spinga il duro chiodo.

E se per caso ad ambo le culate
piacesser, perché là si fotte sodo,
dopo il fotter il buco ricambiate:

benché sia da buon Frate
lasciar l'ovato, e dare in brocca al tondo,
solo per dominare tutto il mondo.


IX


Spectatori gentil, qui riguardate
una che in potta e in culo può saziarsi,
e in mille modi a fotter dilettarsi,
e de suoi mani fa potta e culate.

Certo, non già che tré contenti siate,
si dirà, mia mercé; che a tutti scarsi,
sono il gusto, il goder, il dilettarsi,
e tutti tré in un tempo v'acchiappate.

Tré in un tempo contenti far tu puoi,
donna gentil, e cosa sarà ghiotta,
gustosa e delicata, se lo vuoi.

Né presso i saggi parlerai merlotta,
e contenti farai gli amanti tuoi,
il cul dando all'un, all'altro la potta;

e sarà cosa dotta
tré contentare in un tempo istesso,
loro e te ancor, nell'uno e l'altro sesso.


X


Spingi e respingi e spingi ancora il cazzo
in cul a questa, che mai l'ebbe in potta;
che questa fottitura è la più ghiotta,
che piacque a donna, a cui ben piacque il cazzo.

- Veder potete voi s'io mi ci ammazzo,
e che di me non v'è chi meglio fotta;
che quasi l'una e l'altra è già corrotta,
né provasti giammai maggior sollazzo.

- E' ver, ben mio; ma mena con più fretta;
indietro spingi il cazzo; ahi! mena inante.
- Io meno, io faccio, Amor sì mi diletta!

- O bella prova di un fedele amante!
Far corromper due volte, in fretta in fretta,
ed egli sempre star duro e costante!

Cazzo mio d'adamante!
Ben posso dir ch'io godo, anima mia.
Amor ti salvi, e ognor teco sia!


XI


Miri ciascun di voi, ch'amando suole
esser turbato da sì dolce impresa,
costui ch'a simil termine non cesa
portarla via, fottendo ovunque vuole.

E sanza andar cercando per le scuole
di chiavar, verbi gratia, alla distesa,
far ben quel fatto impari alla sua spesa
qui, che fotter potrà senza parole.

Vedi com'ei l'ha sopra delle braccia
sospesa con le gambe alte a suoi fianchi,
e par che per dolcezza si disfaccia.

Né già si turban perché siamo stanchi,
anzi par che tal gioco ad ambo piaccia,
sì che bramin fottendo venir manchi.

E per diritti e franchi
anzano stretti, a tal piacer intenti,
e fin che durerà staran contenti.


XII


Sta su, non mi far male; ohimè, sta su.
Sta su, crudele; se non morirò.
Lasciami stare, perch'io griderò;
Ahi! qual dolor! ohimè, non posso più!

- Vita mia, non grida; sta un poco giù,
lasciami fare, e soffri ch'io farò
più dentro ancor, più piano ch'io potrò.
Se taccio che mi duol, non gridar tu.

- Ohimè! crudel, ohimè! lasciami andar;
guarda che fai; deh! non mi tor l'onor;
se mi vuoi ben, deh! non mi far gridar.

- Caro mio cor, non più gridar, amor;
quest'è tuo ben; sta giù, non mi stentar;
che sempre il dolce vien dopo il dolor.

E per servirti ancor,
te 'l farò in cul, ben mio, che non avrai
dolor sì grande, e l'onor salverai.


XIII


Questi nostri sonetti fatti a cazzi,
soggetti sol di cazzi, culi e potte,
e che son fatti a culi, a cazzi, a potte,
s'assomigliano a voi, visi di cazzi.

Almen l'armi portaste al mondo, o cazzi,
e v'ascondete in culi e nelle potte,
poeti fatti a cazzi, a culi, a potte,
prodotti da gran potte e da gran cazzi.

E s'il furor vi manca ancora, o cazzi,
sarete e tornerete becca-potte,
come il più delle volte sono i cazzi.

Qui finisco il soggetto delle potte.
Per entrar nel numero de' cazzi,
e lascerò voi, cazzi, in culi e in potte.

Chi ha le voglie corrotte
legga cotesta gran coglioneria
che il mal'anno e il mal tempo Dio gli dia!

l'immagine è Due Amanti di Giulio Romano (1524)

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