per attori scrittori musicisti cantanti pittori scultori cultori moda e arte sotto ogni forma formale e informale
lunedì 23 maggio 2016
Achab (da Moby Dick di John Huston)
...è una giornata tranquilla, Starbuck,e un cielo d’un azzurro dolcissimo.
Lento nel rotolio della risacca
schiuma il Pacifico a lambire i corpi
immobili degli Indios in attesa,
dipinti e ornati per l’ultimo viaggio;
salpano pigramente per l’eterno,
da madre a madre saldando l’anello.
Noi siamo cacciatori di balene,
non pescatori d’anime, e l’arida
pietà che ci è concessa affonda al cuore
sul ferro acuminato dei ramponi,
perchè la bestia sia spacciata in fretta
e in fretta poi sia sbrigato il lavoro.
Ma sotto gli occhi assenti di altri cieli,
dai viali dei cecchini alle boscaglie
flebili di sussurri al cauto lume
di profughi bivacchi, ancora l’uomo
dal cuore delle tenebre si apposta,
e d’altri corpi, e di ben altra strage
caninamente si nutre e si appaga.
E al lugubre rintocco di campana
che grida al mondo la notte dei vivi,
nello schioccare all’osso dei machetes,
nel miagolio selvaggio degli shrapnels
su piazze inermi in coda per il pane
uguale rulla il canto, uguale ringhia
la consegna: non fate prigionieri.
Non più sarà possibile innocenza,
nessuna verità sarà accordata,
nessuna fede più, se non l’orrore
di cui rendiamo il computo esatto
nei nostri inutili libri di bordo,
Starbuck.
E tutto il tempo questo cielo
sorridente, e questo mare insondato,
e la lusinga nel vento propizio
d’altre dolci giornate come questa
nel nostro tranquillo villaggio, quando
sul molo sciamano i ragazzi in frotta
al trepido richiamo dei battelli
che annunciano il ritorno, e buona pesca;
e mentre già si sta facendo sera,
e calmo e lento si richiude il solco
dietro le nostre spalle, sulle carte
sbiadisce il segno, e affonda la memoria,
ad inghiottire insieme i vivi e i morti.
martedì 23 febbraio 2016
UN “TRANQUILLO” VENERDÌ MILANESE
Di colpo il vento si alzò. Il cappello,
calzato con cura, prese il volo da quella palla da biliardo della mia testa e
rotolò giù per via Cusani. Arrancai all’inseguimento del feltro volatile che si
fermò tra le ruote di un autobus, parcheggiato di traverso sul marciapiede.
<Che strano> pensai. <Cosa ci fa un pullman della Zani qui a quest’ora? Sembra buttato lì per caso>. La famosa
agenzia di viaggi era di certo chiusa alle 9.00 di quel venerdì sera tipicamente
meneghino, dedicato a relax e apericena assortiti.
Mi fermai a guardarlo. Sulla fiancata del rosso
e vecchiotto double-decker campeggiava
una gigantesca scritta: “Milano
Misteriosa - Mistery Tour”. <Ecco. La solita baggianata per attirare i
creduloni e gli allocchi>, riflettei scettico, <chi vuoi che ci creda a
queste frottole>. Mi guardai attorno, la strada era stranamente deserta. In
giro non si vedeva proprio nessuno, nemmeno l’immancabile questuante con nenia
straccia-zebedei incorporata. Solo in quel momento ci feci caso: dall’autobus
risaliva un sordo brontolio, sembrava quasi un rantolo meccanico. Una porta
cigolò sul fondo e lentamente si aprì, sbirciai all’interno: sembrava vuoto. Una
mano comparve dal buio e mi fece segno di salire, era bianca in maniera
innaturale e quasi scheletrica. <Però!L’hanno organizzata bene la
messinscena>, mi dissi. Sempre più deciso a smascherare la farsa salii
rapidamente i pochi gradini ed entrai. La porta si chiuse di scatto
intrappolandomi. <Cazzarola!>, pensarlo e dirlo fu un tutt’uno. Mentre
cercavo di riprendermi dal coccolone, sentii provenire dal fondo una voce
debolissima: <Aiutami, ti prego aiutami. Vogliono mandarmi al rogo>. Riuscii
a scorgere una ragazza pallidissima, rannicchiata sui sedili. <Siiii, figurati
se ci casco. Mica siamo nel Medio Evo>, le dissi ridendo. <Ormai l’unico
fumo che si alza in piazza Vetra è quello delle canne>. Per chi mi avevano
preso? Mi avvicinai per guardarla meglio e per cercare di capire se fingeva o
stava male sul serio, ma i capelli lunghi e ramati le nascondevano buona parte
del volto. <Mi chiamo Caterina, Caterina Medici e mi accusano di
stregoneria>, rantolò. <Vabbeh, ora stanno proprio esagerando>,
pensai. E poi, di chi era la mano che mi aveva invitato a salire?
La presunta strega sembrava incapace
persino di respirare.
Solo in quel momento scorsi al posto di
guida qualcuno: un barbuto incappucciato si nascondeva nella penombra.
Lo strano monaco diede gas e l’autobus a due piani partì.
L’orrore ebbe inizio.
Per sapere come va a finire, si deve solo
prenotare il prossimo Mistery Tour di Zani
Viaggi. Ogni venerdì sera, i bravissimi Carlotta Oggioni e Massimo Barberi vi guideranno attraverso i segreti più nascosti di Milano e
vi sveleranno le nere leggende che si sono stratificate nei secoli, a partire da
quella legata al Biscione, dalla “scrofa semilanuta”, passando per il Diavolo
di Porta Romana, le streghe di piazza Vetra, il tribunale della Santa
Inquisizione di Sant’Eustorgio. Lo sapevate che Re Magi e cavalieri Templari
convivono in Sant’Ambrogio? E che fu il Diavolo in persona a richiedere la
costruzione del Duomo? Attenzione, poi, ai fantasmi, quelli abbondano in Parco
Sempione e dintorni.
di Gianpiero Di Bari
mercoledì 23 dicembre 2015
La Chicago degli anni venti si colora di rosa
Milano, 22 dicembre 2015
La Chicago degli anni venti si colora di rosa
di Marisa Gorza
Con il musical “Pink Chicago”di Sergio Scorzillo vanno in scena al Pime di Milano le atmosfere torbide e incandescenti del Proibizionismo americano
La storia è ambientata nella iconografica Chicago degli annni Venti. Centro nevralgico del jazz e del blues, capitale del gioco d'azzardo e delle lotte tra le bande di gangster, dei fumosi night club che pullulano di contrabbandieri e tipi loschi, di flapper scatenate nel charleston, di seduzione, tentazione e fascino del proibito. Quell'atmosfera torbida e incandescente propria del Proibizionismo americano, dove trasgredire era d'obbligo. Trasgressione, delitto, passione, ricerca della fama ad ogni costo... elementi ritrovati sul palcoscenico del teatro milanese Pime, con il debutto(17 e 18 dicembre) del musical/parodia“Pink Chicago”di Sergio Scorzillo, già nostro amico(autore tra l'altro de “La guerra di Alvise”, ricordate?) e la regia di Raffaella Marchegiano. Tutti i tipici componenti in primo piano, dicevamo, più uno che domina da cima a fondo lo spettacolo: una spassosissima ironia.
Pensierino natalizio
Questa è la vicenda snocciolata lungo una trama anticonvenzionale e inframezzata dalle note briose della colonna sonora con brani d'atmosfera, tra i quali “And All that Jazz”, “Razzle Dazzle” e “Cell Block Tango”. Tuttavia l'opera non si basa solo sul mero divertimento, bensì fa rimarcare la diffusa difficoltà di superare i pregiudizi sociali e di portarsi al passo con i tempi. Ciò succedeva negli anni Venti, esattamente come ai giorni nostri.
“Con questo lavoro -spiega Raffaella Marchegiano- abbiamo cercato di realizzare il nostro intento( va sottolineato che Raffaella è alla direzione di Doppio Sogno, l'associazione culturale che ha promosso la pièce), cioè di non lasciarsi relegare da ruoli imposti dalla società e di essere sempre sé stessi. Quello di Roky che si traveste al femminile è un paradosso, ma tutti, prima o poi siamo costretti ad indossare una maschera. In particolare mi riferisco alle donne che per fare carriera devono assumere atteggiamenti aggressivi e magari mascolini, altrimenti addio promozione. Uomo o donna cosa importa cosa sei? Basta con preconcetti ed evviva la tolleranza!”
-La commedia lascia però intravvedere che per raggiungere il successo bisogna lottare, magari in maniera sleale e ricorrere al bluff...
“E' così, ma alla fine della commedia a vincere è la dolce e sincera Amy, professionale e preparata e che non ha certo bisogno di ricorrere a sovrastrutture infide...”, inoltre per dare maggior enfasi a un caloroso mood di stagione e rimarcare la serietà dell'impegno di Doppio Sogno, una parte del ricavato dello spettacolo è stata devoluta in beneficenza. Dopo il debutto milanese, lo spettacolo approderà a gennaio al teatro Fratello Sole di Busto Arsizio. Per iniziare l'anno con tutti i buoni propositi ...teatrali di questo mondo.
mercoledì 4 novembre 2015
arriva Pink Chicago
Info spettacolo
Un pizzico di ironia e trasgressione Pink Chicago, il musical che, per la prima volta a Milano, sarà on stage Il 17 e il 18 dicembre al teatro Pime, in via Mosè Bianchi 94. L'associazione culturale Doppio Sogno porta in scena la pièce in due atti scritta da Sergio Scorzillo con la collaborazione di Raffaella Marchegiano, che cura anche la regia, la direzione musicale diSara Orlacchio e le coreografie di Bruno Giotta. Protagonista l'attore e cantante Thomas Centaro. Pink Chicago è anche serietà e impegno sociale, parte del ricavato sarà devoluto in beneficenza all’Associazione SAMARI per infanzia in Congo. Per ulteriori info:www.pinkchicagoilmusical.it
Chicago anni '20. La storia comincia da qui, da quella che fu la capitale del gioco d'azzardo, dei gangster e dei night club in pieno Proibizionismo americano. Nel sottobosco notturno dei locali fumosi, delle orchestre di jazz e dei contrabbandieri le due protagoniste Vilma e Roky cercano la gloria del palcoscenico e non si fermano davanti a nulla pur di arrivare. Vilma (Raffaella Marchegiano) è una stella ormai offuscata che cerca il riscatto di sè, mentre Roky è una novellina, decisa a tutto pur di sfondare. Ma a Chicago niente é come sembra e sotto le mentite spoglie di Roky si nascondono il talento e la determinazione di un uomo capace di travestirsi per arrivare alla ribalta. Così, in una frenetica girandola di colpi di scena, Thomas Centaro, l'attore giusto per superare a teatro il confine tra uomo e donna, porterà la sua showgirl en travesti a uccidere, corrompere e a mentire a tutti pur di diventare famosa. A farne le spese saranno: Jimmy (l'attore e coreografo Bruno Giotta), un losco trafficante che promette a Roky la fama, ma che poi muore per mano di quest'ultima, il suo avvocato Billy (interpretato dall'autore Sergio Scorzillo), la carceriera Mama (Sara Orlacchio) e le compagne di cella (le ballerine e cantanti Laura Pavan, Francesca Duranti, Mariangela Murolo, Chiara Rossi,Stefania Lomonaco, Luciana Rossi). Roky, alias Thomas, non è sola in quest'avventura, ad aiutarla l'amore smisurato di Amy (Chiara Rossi), sua moglie, una ballerina di fila che lo sosterrà fino al successo.
Argutamente mascherata tra le risate e le note jazz della colonna sonora, la trama anti convenzionale di quest'opera mette in risalto la difficoltà che hanno uomini e donne di portarsi al passo con i tempi e di superare qualsiasi pregiudizio, sociale e lavorativo. Nel 1920 e ancora oggi. A rimarcare la serietà dell'impegno sociale del musical e dell'associazione culturale Doppio Sogno, parte dell'incasso delle serate sarà destinata ad Associazione SAMARI Via Mosè Bianchi, 2 Milano, per i bimbi del Congo. Informazioni più approfondite si possono trovare sul sito: www.pinkchicagoilmusical.it
Dopo il debutto milanese, Pink Chicago approderà a Busto Arsizio il 16 gennaio 2016, al teatro Fratello Sole e poi a Torino, il 16 aprile 2016, sul palcoscenico del teatro Cardinal Massaia.
Note
Roky Heet / Thomas CentaroVilma Killing / Raffaella MarchegianoBilly Flann / Sergio ScorzilloAmy Heet / Chiara RossiJimmy Cash / Bruno GiottaMama / Sara OrlacchioMrs Sunny / Maria Marchegiano
CORPO DI BALLO E CANTO:
Francesca Duranti - Morris Faccin - Bruno Giotta - Stefania Lomonaco- Laura Pavan- -Mariangela Murolo- Chiara Rossi – Luciana Rossi
Direzione Musicale Sara Orlacchio – Coreografie Bruno Giotta – Sound & Light directions Roberto Bruno – Loris Zigliani
Scenografie digitali & Sound Andrea Centaro – Tecnico scene digitali Daniele Viola Trucco e Acconciature Accademia DIADEMA
Scenografie on stage Marco Brandellero – Stefania Lomonaco
Acting Coach Sergio Scorzillo - Regia Raffaella Marchegiano
Informazioni sull'organizzatore
Doppio Sogno
VIA MONTE LEONE - 21013
Località: GALLARATE VA
Località: GALLARATE VA
Sito web: http://www.pinkchicagoilmusical.it/
Email: doppiosogno60@gmail.com
lunedì 26 ottobre 2015
Kitsch me Licia, tanta voglia di Ottanta
Kitsch me Licia, tanta voglia
di Ottanta
Torna a Milano il musical di
Thomas Centaro. In scena al Pime, il 31 ottobre, una brillante parodia dei
rutilanti anni '80 e del cartone cult di quel decennio: Kiss Me Licia, riletto
in chiave ironica e accompagnato con canzoni degli Spandau Ballet, di Madonna,
Bonnie Tyler e dei Culture Club
di Gianpiero Di Bari
Molti di noi li hanno vissuti
appieno, tanti ne hanno solo sentito parlare, alcuni li ricordano con nostalgia
e altri vorrebbero riviverli ora. Tornano a Milano i mitici anni '80, quelli
degli Spandau Ballet e degli Wham, quelli di Madonna con pizzi e crocifissi,
quelli dei paninari con le Lumberjack e dei colori primari fluo sparati su
tutto.
Al teatro Pime e solo per la sera
di Halloween, va in scena lo spettacolo Kitch me Licia, di e con
Thomas Centaro e con una nutrita schiera di scatenati attori, che sul palco
ballano e cantano sulle note delle canzoni più famose di quel decennio. La
storia se la ricordano un po' tutti, è tratta dal famoso manga Aishite Knit,
di Kaoru Tada, da cui fu tratto l'altrettanto famoso cartone animato Kiss me
Licia. In breve: ci sono Licia e Mirko, lei è una diciottenne ingenuotta
che lavora nel ristorantino paterno, lui è uno studente universitario e il
leader della rock band dei Bee Hive. Complice l'amore non corrisposto di
Satomi, le amiche gelose e impiccione e via dicendo, ai due ne succedono di
ogni prima di innamorarsi e stare, finalmente, insieme. Se la storia è già di
per se funambolica, Centaro pigia ancora di più sull'acceleratore dell'ironia,
per ricavarne una graffiante parodia che mette alla berlina tutti i luoghi
comuni del periodo. Ed ecco spiegato il "kitsch" del titolo. Accanto
all'autore, sul palco svettano Silvia Romeo, nei panni di Licia, Alessandro
Fortarezza, che interpreta Satomi, l'innamorato non corrisposto della protagonista
e Andrea Bonati, un improbabile e baffuto Marrabbio, padre di Licia. Contornati
anche da Alessandra Ruta, che impersona Marika la manager del gruppo, da Elena
Centaro, nei panni di Manuela, la migliore amica di Licia, da Annalisa Longo a
cui è toccato il ruolo di Andrea il fratello minore di Mirko e da Francesca
Tretto nei panni del gatto Giuliano. Insomma, gli ingredienti per uno
spettacolo di successo ci sono tutti, complice anche la particolare attenzione
ai dettagli di scena, rigorosamente eighties, e alla selezione dei 22 brani
cantati dai protagonisti, che vanno da Bonnie Tyler a Madonna, da Spagna ai
Culture Club, tradotti e adattati in italiano, per sottolineare l'ironia
voluta da Centaro nel musical. Le coreografie sono di Bruno Giotta.
martedì 16 giugno 2015
“La guerra di Alvise"
Desio, 15 giugno 2015
“La guerra di Alvise". Certezze e illusioni di un giovane lombardo di un secolo fa
di Marisa Gorza
Al teatro "Il Centro" di Desio una pièce, scritta e diretta da Sergio Scorzillo, che restituisce in pieno lo spirito e i puri valori del Corpo degli Alpini
“Ci sono dentro tutti e se bisogna fare una cosa la si deve fare e basta, senza troppo pensare...” Parole semplici ed ingenue, tuttavia piene di determinazione, amor di patria, entusiasmo e soprattutto di una grande fede nei valori in cui il giovane contadino Alvise crede in modo incondizionato.
Parole pronunciate alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, quando infervorato dal suo animo puro e generoso, decide di arruolarsi nel Corpo degli Alpini, il più consono al suo sogno romantico di diventare un degno soldato. Alvise con tutte le sue certezze, le sue illusioni e le inevitabili disillusioni, è il personaggio chiave della pièce “La guerra di Alvise”, appunto, scritta e diretta da Sergio Scorzillo, rappresentata in anteprima assoluta nel Teatro Il Centro di Desio lo scorso sabato con toccante partecipazione della audience.
C'è difatti uno stretto legame tra le terre del Seveso e le gloriose gesta del Corpo degli Alpini di cui, qui, si hanno molte memorie. Oltretutto i temi principali del lavoro teatrale sono stati illustrati ed enfatizzati dai canti di montagna più popolari e vibranti. Ad eseguirli dal vivo l'affiatato Coro A.N.A. (Associazione Nazionale Alpini) Nikolajewka. Si comincia sulle note di:
"E Cadorna manda a dire
che si trova là sui confini
e ha bisogno degli Alpini
per potersi avanzar...”
che si trova là sui confini
e ha bisogno degli Alpini
per potersi avanzar...”
La morte di Alvise
Eccolo, quindi, lo stato d'animo di Alvise (un convincente Luigi Vitale), quando si accomiata dalla fidanzata Bianca (Monica Gianfreda) per recarsi, senza indugi, al fronte, dove incontrerà l'amico Tonio (un intenso Matteo Bevilacqua) che, al contrario di lui, è un disincantato intellettuale, proveniente da una famiglia borghese. Tra i due, durante l'addestramento, sono subito scintille, ideologiche, mitigate da quella che diventerà una vera e solidale amicizia.
È uno dei punti principali dell'opera, proprio come sottolinea Sergio Scorzillo: “Questo lavoro non vuol essere una ricostruzione fedele di uno dei momenti più drammatici della nostra storia, ma una messa in scena , tra il realistico e il simbolico, di temi quali l'abnegazione, l'amicizia, la disperazione, la fede, la pochezza umana, la speranza in qualcosa che cerchiamo di raggiungere, ma non riusciamo a raggiungere mai...”.
Risalta, in modo particolare, il personaggio del genuino Alvise, soprattutto quando racconta del suo “corpo a corpo” con il nemico. Ed ecco che si rende conto, con vera disperazione, che si tratta di un essere umano, qualcuno come lui che lo fissa spaventato negli occhi. Il buon ragazzo non ha il coraggio di finirlo, ma gli sorgono, poi, molti dubbi: “Non me la son sentita. Non sono un vigliacco”. Ricorda la guerra com'era nei racconti di suo nonno, quando gli appariva una bella favola di coraggio e di eroismo. Si rende conto che non è così e comincia la paura:
“Era una notte che pioveva
e che tirava un forte vento
immaginatevi il gran tormento
per un alpino che stava a vegliar”
e che tirava un forte vento
immaginatevi il gran tormento
per un alpino che stava a vegliar”
Il dramma si sta per compiere. Il nostro protagonista si accinge a raggiungere Tonio in trincea, con il tricolore che gli è stato affidato dal sergente. Però cade ferito al cuore da una scheggia di granata e farfuglia tra sé: “Eccola qua. La mia bandiera. La nostra. Devo metterla qui, sennò si sporca di sangue. Sangue italiano. Il nostro sangue è il mio...
Gli alpini in coro accompagnano la sua ultima disillusione:
“Dio del cielo,
Signore delle cime,
un nostro amico
hai chiesto alla montagna.
Ma ti preghiamo:
su nel Paradiso
lascialo andare per le tue montagne...”
“Dio del cielo,
Signore delle cime,
un nostro amico
hai chiesto alla montagna.
Ma ti preghiamo:
su nel Paradiso
lascialo andare per le tue montagne...”
Tra i lavori che Sergio Scorzillo ha portato al successo ci sono, “La via della Croce”, “Ballata lirica”, liberamente tratta dalla “Ballata del carcere di Reading” di Oscar Wilde e “Taccuino di una sbronza”, quest'ultimo ispirato alla vita Charles Bukowski. Non di meno ha vinto due premi Carlo D'Angelo come autore al Concorso Nazionale Vallecorsi di Pistoia. Drammaturgo, attore poliedrico, regista, cabarettista, insegnante di recitazione, consulente di editoria musicale.. e che altro? La sua grande passione è il teatro, la mimesi, tutto quello che rappresenta la metafora della vita. Senza trascurare i grandi temi e i grandi ideali. Quindi non è casuale questo connubio con l'autentico spirito del Corpo degli Alpini.
Come nasce il Coro A.N.A. Nikolajewka? Da un'idea del capo gruppo Ottone Iachelini e di una ventina di persone del Gruppo Alpini di Desio, formulata nel 1994. Il tradizionale spirito di corpo guida gli attuali trenta componenti alla conoscenza, interpretazione e diffusione dei canti popolari di guerra e di montagna, tant'è che intervengono a diverse esibizioni, sia in Italia che all'estero, come a Sonthofen (2007), Praga (2010), Vienna (2014). Molto viva è la partecipazione a piccoli e grandi eventi, sempre con lo scopo di portarvi i canti delle nostre Alpi. Tutto per non dimenticare.
venerdì 10 aprile 2015
I bastardi (piccolo racconto noir)
Si leccò il dorso della destra e se lo passò sul sopracciglio destro, socchiudendo gli occhi, docilmente.
Come un gatto sornione, soddisfatto di se, del profumo primaverile che sentiva aleggiare nella stanza, proveniente, portato dalla brezza, dalla finestra socchiusa.
-Non mollare- aveva detto la voce, poco prima
-Non mollare-
Una voce calda, corroborante. Che ti rassicurava scuotendoti.
E adesso aveva ancora quella sensazione addosso, di non essere solo, di essere adagiato in una coltre morbida, protetto e sereno.
Niente paura più. Niente paura.
Di là dalla parete sottile, rivestita di consunta carta a fiorami striata dagli sbaffi verticali del calorifero, poteva sentire il cambiamento compulsivo di canali televisivi del vicino straniero.
Avrebbe aspettato che smettesse. Avrebbe atteso di sentirlo andare a letto.
Avrebbe raggiunto il bagno.
Allungò la mano che aveva poc'anzi umettato, riaprendo gli occhi, e indugiò sul tavolino di fianco, tra la scatola dei sigari e quella degli incensi a cono.
Decise per il sigaro.
Ci voleva.
"Ci vuole".
Liberò il piccolo sigaro della carta dorata, che lasciò scivolare a terra, lo infilò tra le labbra e lo serrò delicatamente coi denti. Poi prese i fiammiferi e ne accese uno.
Il rumore scoppiettante della capocchia lo fece trasalire.
Restò a osservare la fiamma, avvinto, ammaliato.
Quel colore arancione chiaro...quella lamella azzurrina all'interno...
Lasciò che il fiammifero si consumasse del tutto. Non provò dolore quando gli bruciò, spegnendosi, i polpastrelli, annerendoli.
Ne accese un altro.
E con esso il sigaro.
Il fumo caldo e forte gl'incendiò i polmoni. Deglutì, mentre una piccola goccia di sudore gl'imperlò un lato della fronte.
Bene.
Molto bene.
Non si era mai sentito così.
Il fumo scivolava verso l'alto, poi piegava d'improvviso verso il corridoio: doveva essere la corrente d'aria che creavano le due finestre aperte. Quella della sala, dove lui sedeva.
E quella del bagno.
Dove sarebbe tornato tra poco.
Se chiudeva ancora gli occhi vedeva dei colori.
Il nero e il viola, soprattutto.
Ma anche il blu.
Una massa blu indaco stupenda, che cambiava forma, roteava, si allungava, saliva e scendeva lì davanti, sembrava, ma nella sua testa, certo.
Fumò tutto il sigaro con gli occhi chiusi, seguendo le evoluzioni dell' ameba colorata.
Poi seppe che il vicino era ormai a dormire.
Niente più tele. Niente rumori.
Niente.
Guardò svogliatamente l'orologio a muro. Dovevano essere le due.
Infatti.
E i rumori da fuori? Un motorino lontano, solamente.
Si alzò sospirando, reinfilandosi i guanti che aveva appoggiato sul divano.
Andò alla libreria di fronte e contò i portaritratti.
Otto portaritratti in argento.
Angelo alla sua prima comunione.
Suo padre e sua madre il giorno delle nozze.
Angelo in tenuta d'alpino, durante il giuramento.
Restò a guardare se stesso secoli prima, seduto su uno spalto di legno, vestito in maniera ridicola, che guardava verso il fratello soldato, ed applaudiva serio, distante nello spazio e nel tempo.
E poi sua madre con lui che stringeva Toby, quando il cane era ben lontano dall'ammalarsi.
Nonna Ava. Nonno Abele. Zia Antonietta. Zio Leo.
Appoggiò i ritratti sul ripiano, occultandone il contenuto sorridendo.
Pensò a come sbarazzarsi della pistola mentre camminava in corridoio, il solito corridoio lungo delle vecchie case.
In bagno non c'era nessun odore. Aveva fatto bene a lasciare la finestra aperta.
Accese la luce.
Non si era mai sentito così.
Libero.
Erano bastati tre piccoli fori in quegli stupidi inutili corpi abitati da chissachì.
Da fuori sembravano ancora suo padre, sua madre, suo fratello.
Anche adesso sembravano loro, mentre li toglieva dalla vasca da bagno, dove li aveva ammonticchiati in attesa...
...Mentre li faceva scivolare fuori dalla vasca, li infilava con fatica nel grosso sacco nero e li trascinava vicino alla porta d'entrata...
Sembravano ancora loro.
Ma a lui non la davano a bere.
Quei bastardi.
Come un gatto sornione, soddisfatto di se, del profumo primaverile che sentiva aleggiare nella stanza, proveniente, portato dalla brezza, dalla finestra socchiusa.
-Non mollare- aveva detto la voce, poco prima
-Non mollare-
Una voce calda, corroborante. Che ti rassicurava scuotendoti.
E adesso aveva ancora quella sensazione addosso, di non essere solo, di essere adagiato in una coltre morbida, protetto e sereno.
Niente paura più. Niente paura.
Di là dalla parete sottile, rivestita di consunta carta a fiorami striata dagli sbaffi verticali del calorifero, poteva sentire il cambiamento compulsivo di canali televisivi del vicino straniero.
Avrebbe aspettato che smettesse. Avrebbe atteso di sentirlo andare a letto.
Avrebbe raggiunto il bagno.
Allungò la mano che aveva poc'anzi umettato, riaprendo gli occhi, e indugiò sul tavolino di fianco, tra la scatola dei sigari e quella degli incensi a cono.
Decise per il sigaro.
Ci voleva.
"Ci vuole".
Liberò il piccolo sigaro della carta dorata, che lasciò scivolare a terra, lo infilò tra le labbra e lo serrò delicatamente coi denti. Poi prese i fiammiferi e ne accese uno.
Il rumore scoppiettante della capocchia lo fece trasalire.
Restò a osservare la fiamma, avvinto, ammaliato.
Quel colore arancione chiaro...quella lamella azzurrina all'interno...
Lasciò che il fiammifero si consumasse del tutto. Non provò dolore quando gli bruciò, spegnendosi, i polpastrelli, annerendoli.
Ne accese un altro.
E con esso il sigaro.
Il fumo caldo e forte gl'incendiò i polmoni. Deglutì, mentre una piccola goccia di sudore gl'imperlò un lato della fronte.
Bene.
Molto bene.
Non si era mai sentito così.
Il fumo scivolava verso l'alto, poi piegava d'improvviso verso il corridoio: doveva essere la corrente d'aria che creavano le due finestre aperte. Quella della sala, dove lui sedeva.
E quella del bagno.
Dove sarebbe tornato tra poco.
Se chiudeva ancora gli occhi vedeva dei colori.
Il nero e il viola, soprattutto.
Ma anche il blu.
Una massa blu indaco stupenda, che cambiava forma, roteava, si allungava, saliva e scendeva lì davanti, sembrava, ma nella sua testa, certo.
Fumò tutto il sigaro con gli occhi chiusi, seguendo le evoluzioni dell' ameba colorata.
Poi seppe che il vicino era ormai a dormire.
Niente più tele. Niente rumori.
Niente.
Guardò svogliatamente l'orologio a muro. Dovevano essere le due.
Infatti.
E i rumori da fuori? Un motorino lontano, solamente.
Si alzò sospirando, reinfilandosi i guanti che aveva appoggiato sul divano.
Andò alla libreria di fronte e contò i portaritratti.
Otto portaritratti in argento.
Angelo alla sua prima comunione.
Suo padre e sua madre il giorno delle nozze.
Angelo in tenuta d'alpino, durante il giuramento.
Restò a guardare se stesso secoli prima, seduto su uno spalto di legno, vestito in maniera ridicola, che guardava verso il fratello soldato, ed applaudiva serio, distante nello spazio e nel tempo.
E poi sua madre con lui che stringeva Toby, quando il cane era ben lontano dall'ammalarsi.
Nonna Ava. Nonno Abele. Zia Antonietta. Zio Leo.
Appoggiò i ritratti sul ripiano, occultandone il contenuto sorridendo.
Pensò a come sbarazzarsi della pistola mentre camminava in corridoio, il solito corridoio lungo delle vecchie case.
In bagno non c'era nessun odore. Aveva fatto bene a lasciare la finestra aperta.
Accese la luce.
Non si era mai sentito così.
Libero.
Erano bastati tre piccoli fori in quegli stupidi inutili corpi abitati da chissachì.
Da fuori sembravano ancora suo padre, sua madre, suo fratello.
Anche adesso sembravano loro, mentre li toglieva dalla vasca da bagno, dove li aveva ammonticchiati in attesa...
...Mentre li faceva scivolare fuori dalla vasca, li infilava con fatica nel grosso sacco nero e li trascinava vicino alla porta d'entrata...
Sembravano ancora loro.
Ma a lui non la davano a bere.
Quei bastardi.
Sergio Scorzillo
(tutti i diritti riservati)
mercoledì 11 marzo 2015
Se...Valentino
Se siete figlio d’arte
di un cantante e bassista,
Se vostro
padre lavorava con Drupi e finite anche voi per lavorare con lui,
Se a sei anni cominciate a studiare pianoforte
e poi aggiungete il canto e la chitarra,
Se
a 15 anni fondate un band,
insomma
insomma
Se
passate la vita a suonare- cantare- studiare musica e frequentare grandi
musicisti il minimo che ci si possa aspettare è che siate un artista che sa il
fatto suo.
Valentino Negri sa il fatto suo.
Forse non sanno il fatto
loro i giudici che a Sanremo l’hanno apprezzato ma non l’hanno prescelto per la
partecipazione.
Certo è che sicuramente sanno il fatto loro le oltre 60 mila
persone che su youtube si sono “volontariamente” godute la canzone Se, il caldo e travolgente brano che
Valentino sta proponendo ora in attesa dell’uscita a maggio del suo primo album
da “autore”.
In cui si sperimenteranno e alterneranno mix di rock melodico, pop
con tendenze hip hop e colori soul blues….
Se guardate il
video vi sentite trascinare, tra mare mosso, lacrime, candele baluginanti e
foglie notturne pure, in un abbraccio amoroso affascinante. La voce di Valentino e il suo "modus cantandi" è deciso e rassicurante, preciso e avvolgente come un buon wiskhey d'annata.
E probabilmente la Se…ntiremo tutta estate….
qui il video ufficiale della canzone:
https://www.youtube.com/watch?v=KdcnJ7e9SH8
Youtube Channel: Valentino Negri Official
iTunes: Valentino Negri
Facebook: Valentino Negri
Twitter: @valentinonegri
Instagram: valentino_negri
lunedì 9 marzo 2015
Gli 11 principi di Joseph Goebbels
1. Principio della semplificazione e del nemico unico.
E’ necessario adottare una sola idea, un unico simbolo. E, soprattutto, identificare l’avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali.
E’ necessario adottare una sola idea, un unico simbolo. E, soprattutto, identificare l’avversario in un nemico, nell’unico responsabile di tutti i mali.
2. Principio del metodo del contagio.
Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo.
Riunire diversi avversari in una sola categoria o in un solo individuo.
3. Principio della trasposizione.
Caricare sull’avversario i propri errori e difetti, rispondendo all’attacco con l’attacco. Se non puoi negare le cattive notizie, inventane di nuove per distrarre.
Caricare sull’avversario i propri errori e difetti, rispondendo all’attacco con l’attacco. Se non puoi negare le cattive notizie, inventane di nuove per distrarre.
4. Principio dell’esagerazione e del travisamento.
Trasformare qualunque aneddoto, per piccolo che sia, in minaccia grave.
Trasformare qualunque aneddoto, per piccolo che sia, in minaccia grave.
5. Principio della volgarizzazione.
Tutta la propaganda deve essere popolare, adattando il suo livello al meno intelligente degli individui ai quali va diretta. Quanto più è grande la massa da convincere, più piccolo deve essere lo sforzo mentale da realizzare. La capacità ricettiva delle masse è limitata e la loro comprensione media scarsa, così come la loro memoria.
Tutta la propaganda deve essere popolare, adattando il suo livello al meno intelligente degli individui ai quali va diretta. Quanto più è grande la massa da convincere, più piccolo deve essere lo sforzo mentale da realizzare. La capacità ricettiva delle masse è limitata e la loro comprensione media scarsa, così come la loro memoria.
6. Principio di orchestrazione.
La propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e ripeterle instancabilmente, presentarle sempre sotto diverse prospettive, ma convergendo sempre sullo stesso concetto. Senza dubbi o incertezze. Da qui proviene anche la frase: “Una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità”.
La propaganda deve limitarsi a un piccolo numero di idee e ripeterle instancabilmente, presentarle sempre sotto diverse prospettive, ma convergendo sempre sullo stesso concetto. Senza dubbi o incertezze. Da qui proviene anche la frase: “Una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità”.
7. Principio del continuo rinnovamento.
Occorre emettere costantemente informazioni e argomenti nuovi (anche non strettamente pertinenti) a un tale ritmo che, quando l’avversario risponda, il pubblico sia già interessato ad altre cose. Le risposte dell’avversario non devono mai avere la possibilità di fermare il livello crescente delle accuse.
Occorre emettere costantemente informazioni e argomenti nuovi (anche non strettamente pertinenti) a un tale ritmo che, quando l’avversario risponda, il pubblico sia già interessato ad altre cose. Le risposte dell’avversario non devono mai avere la possibilità di fermare il livello crescente delle accuse.
8. Principio della verosimiglianza.
Costruire argomenti fittizi a partire da fonti diverse, attraverso i cosiddetti palloni sonda, o attraverso informazioni frammentarie.
Costruire argomenti fittizi a partire da fonti diverse, attraverso i cosiddetti palloni sonda, o attraverso informazioni frammentarie.
9. Principio del silenziamento.
Passare sotto silenzio le domande sulle quali non ci sono argomenti e dissimulare le notizie che favoriscono l’avversario.
Passare sotto silenzio le domande sulle quali non ci sono argomenti e dissimulare le notizie che favoriscono l’avversario.
10. Principio della trasfusione.
Come regola generale, la propaganda opera sempre a partire da un substrato precedente, si tratti di una mitologia nazionale o un complesso di odi e pregiudizi tradizionali.
Si tratta di diffondere argomenti che possano mettere le radici in atteggiamenti primitivi.
11. Principio dell’unanimità.
Portare la gente a credere che le opinioni espresse siano condivise da tutti, creando una falsa impressione di unanimità.
Come regola generale, la propaganda opera sempre a partire da un substrato precedente, si tratti di una mitologia nazionale o un complesso di odi e pregiudizi tradizionali.
Si tratta di diffondere argomenti che possano mettere le radici in atteggiamenti primitivi.
11. Principio dell’unanimità.
Portare la gente a credere che le opinioni espresse siano condivise da tutti, creando una falsa impressione di unanimità.
Iscriviti a:
Post (Atom)






