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mercoledì 2 marzo 2011

Pietro Chiesa: La vispa Teresa

la

Vispa Teresa
Bozzetto Poetico in un atto


La vispa Teresa,
avea fra l'erbetta
al volo sorpresa
gentil farfalletta.

— Chi non lo ricorda l'apologo gentile della nostra fanciullezza?
— Ma chi l'avrebbe detto, allora, che la vispa fanciulla, corrente pei campi a sorprendere le farfalle diventerebbe un giorno la giovane socialista, parlante il linguaggio della pietà e del diritto, capace di convertire il babbo conservatore e la sposa di Dio e di far scappare i preti?
E pure il miracolo si è compiuto. E chi lo compì (lo indovinate, Lettori e Lettrici umanissimi) fu l'Amore.
Amor s'impone a tutti, e più che legge è fato.
Già: Teresa vede Guido e lo ama; Guido è socialista; ed ecco che i germi di bontà e di umanità, latenti nel cuoricino della fanciulla, riscaldati dall'amore, illuminati, s'idealeggiano, si diffondono su tutti gli esseri umani, diventano coscienza socialistica. Ottimamente!
— Ma il merito non è tutto di Guido e della Signorina; il merito principale è della farfalla.
— Oh non fu essa, forse, che suscitò in Teresa i primi palpiti umani, quel sentimento di pietosa solidalità, che stringe fra loro tutti gli esseri umani e li accomuna con tutti gli esseri viventi, sofferenti, amanti: bestie, piante, fiori?
Vivendo, volando,
che male ti fo?
E Teresina, pur stringendo la farfalla fra le dita, si ferma e pensa: in fatti, che male mi fa?..... E una punta di rimorso, come uno spino, trafigge il cuoricino suo.
Tu sì mi fai male,
stringendomi l'ale,
continua la farfalla.
— Davvero? si chiede Teresina. — Io le fo male? io, che mi credo, che mi vanto, di essere la più buona bambina della scuola? Oh mamma mia!
Una fanciulla cattiva, crudele, come son molti fanciulli, avrebbe stretto di più le ali di quel fiore volante; ma, sentendo, comprendendo, subito che la farfalla aveva ragione,
la vispa Teresa
allora arrossì,
dischiuse le dita;
e quella fuggì.
La prima lezione di umanità era data e imparata. Guido farà il resto.
Oh maestra farfalla, che tu sia benedetta!

Tale il prologo.
Il resto vien da sè; e Pietro Chiesa, con semplicità, con grazia, con convinzione profonda, in forma semplice, piana, da operaio autentico, che potrà essere qua e là ritoccata corretta in questa nuova Edizione, ve l'ammannisce nel Bozzetto, che state per leggere.
Teresa, buona, sentimentale, borghesemente educata, ha fatto come Edmondo De Amicis; persuasa della inefficacia della carità cristiana, è diventata socialista.
E suo fratello, Benedetto, il chierico, fuggito dal seminario per correre al soccorso dei malati di Napoli, come sarebbe fuggito — un tempo — per arruolarsi con Giuseppe Garibaldi, invece di Guido, incontra un altro compagno nostro; e, dal sentimento, sale egli pure alla coscienza; si fa socialista.
Ma non basta!
Chè quest'alito di vita nova, spirante come zefiro fra i fiori, penetra, feconda la Monaca sin allora umanamente stèrile (Oh santa santa Teresa, che vivi di tanta vita d'amore nell'opera magnifica del Bernini!); e la Monaca trovando il cielo in terra e Gabriello, l'angelo, in Benedetto, al collo di Benedetto si getta; e, convertendosi al Socialismo, invece di convertire gli altri alla religione del "crucciato martire" grida:
Di te sono la sposa; e non più del Signore!
Viva la vita!
— Che cosa può fare ora, Ve lo domando io, il povero Paolo, il babbo? — Da uomo di buon senso riconosce che ha torto di dar retta a Don Pasquale e caccia via il prete e benedice egli — sacerdote supremo — gli sposi novelli: mentre gli Operai e le Operaie della fabbrica, che ora è sua, ma che sarà presto — per opera di Guido-Pietro Chiesa — d'una buona e forte Società cooperativa, lieti delle rivendicazioni ottenute, sciolgono Inni e Canti al Primo di Maggio:
Su fratelli, su compagne;
su venite in fitta schiera!

Roma, Maggio 1902.
ANDREA COSTA.



Caro Andrea,
Mentre ti ringrazio per la tua bella prefazione sento il dovere di dirti che non posso accettare il tuo consiglio di ritoccare questo mio lavoro per il fatto che bisognerebbe ritoccarlo tutto cioè rifarlo.
Io preferisco lasciarlo com'è coi suoi strafalcioni; testimonianza fedele del mio..... coraggio di un tempo
tuo
CHIESA PIETRO



A Voi

piccoli orfanelli che non aveste il bacio materno
che disprezzati e soli errate pel mondo
e che pur lavorando da mane a sera
nelle risaie, nelle filande, o nelle miniere,
vivete stentatamente
fra privazioni, e dolori inauditi.

A Voi

che soffrite rassegnati,
colla speranza di essere un giorno redenti
dalla Nuova Civiltà,
io dedico questo mio lavoro,
il quale, non ha altro pregio, se non quello,
di essere scritto da uno, che ebbe fanciullezza come la vostra,
e che ora, come Voi, soffre e spera
nella Nuova Civiltà.


PERSONAGGI



TERESA.
BENEDETTO, Chierico.
PAOLO, padre di Benedetto e Teresa.
DON PASQUALE, Curato.
GUIDO, Operaio.
SUOR MARIA.
LUCIA, bambina filatrice.

Operai ed Operaie — Contadini e Contadine

————

La scena è in un Villaggio di Lombardia.

Epoca Presente.





SCENA I.


Camera riccamente mobigliata, una poltrona e sedie, un tavolino con sopra un lume acceso, libri e giornali.
Porta comune nel mezzo, ed una a destra, dai lati due grandi finestre.
È giorno, sulla scena dovrebbe battere il sole. Teresa è seduta e dorme col capo poggiato sul tavolino.
Benedetto entra all'alzarsi del sipario.
Bened.
(con sorpr.) Ancora il lume acceso! Sorella?.. Addormentata?
Ma dunque questa notte neppur s'è coricata?!
Vegliar tutta la notte! perchè?... non so capire....
(guarda sul tav.) Libri, giornali... è strana! Vediamo di scoprire...
(legge i giornali) Il garofano rosso, il primo Maggio! o bella
Autori Socialisti?! Ma che anche mia sorella
abbia cambiato idea? Che anch'essa come me
sia stata convertita al Socialismo? Affè,
se ciò fosse, potrei chiamarmi fortunato.
Ciò ch'ella al babbo chiese mai non le fu negato
quindi certo dal babbo io ottenere potrei
di spogliar questa veste se gliel dicesse lei;
Questa veste che tanto mi soffoca e mi pesa!!
Però non so riavermi ancor dalla sorpresa.
Come fu mai possibile a queste idee nuove
penetrare fin qui, in un villaggio, dove
un Don Pasquale è vigile scrutator di pensieri?
(Pausa) Forse quel giovin ch'ella mi ha presentato ieri
per suo promesso sposo. E chi altri?... È lui.., sì certo.
E dir ch'io da tre giorni per non esser scoperto
mi studio a far l'ipocrita, non faccio che mentire
e fare il santerello... Però bisogna dire
che essi pure fingevano, o dunque avrei capito
Ed avrei detto chiaro che anch'io son del partito.


SCENA II.


Operai e contadini di dentro cantano(*) Benedetto si ritira.

Coro
Viva la Teresina,
il più bel fior di maggio
la perla del villaggio
la Cherubina.
Su figli del lavoro
cantiam quest'oggi è festa:
cantiamo alteri il coro,
della protesta.
Noi questo dì felice
abbiam per Teresina
Maestra protettrice,
stella divina.

Teresa si sveglia
Teresa
Oh guarda la sventata! Il sol già tutto indora,
ed io qui dormo e sogno col lume acceso ancora.
Vinse il sonno, non valse la resistenza mia.


SCENA III.


Lucia e detta.

Lucia
Signorina, buon giorno.
Teresa
Buon dì, cara Lucia.
Come va la ferita?
Lucia
Oh, meglio signorina.
Dormii tutta la notte come una marmottina.
Teresa
Vedi cosa vuol dire averle maggior cura.
Ora però bisogna rifar la fasciatura.
Vieni.
Lucia
Sì, faccia lei che sa più del dottore.
La mano ha più leggera, e sento men dolore.

Continua il canto.
Teresa
Senti le tue compagne? sono allegre stamane.
Certo in questo momento non pensano al dimane!
Lucia
Ma, dico, signorina, è tardi; e come mai,
non vanno a lavorare quest'oggi gli Operai?
Dovrebbero a quest'ora trovarsi in officina.
Teresa
A lavorar quest'oggi? Che dici mai piccina!
Quest'oggi è il primo Maggio; la festa del lavoro,
oggi gli oppressi cantano tutti lo stesso coro.
Un sol pensier quest'oggi unisce ed affratella
uomini differenti di razza e di favella;
È giusto quindi, e bello che anche in questo villaggio,
saluti ognun festoso l'alba del primo Maggio.
Lucia
Ho capito; è la festa di tutti i poverelli.
Teresa
Ed anche di chi i poveri considera fratelli.
Anche tra i ricchi vedi, c'è molta brava gente
che studia, che riflette, e che comprende e sente
il dover d'adoprarsi pel bene di coloro
che tutto l'anno soffrono curvati sul lavoro. (cambiando tono)
I libri ancor sul tavolo! Oh poveretta me!
Se mio fratel li vede, certo l'auto da fè
sarà per queste carte la sorte men peggiore (cerca di nascond.)


SCENA IV.


Benedetto e dette.

Bened.
Troppo tardi, sorella!
Teresa
Ecco l'inquisitore!
Bened.
Il garofano rosso è il mio fior prediletto
sorella, e non sul fuoco, ma spiccare sul petto
ai lavoratori amo vederlo, il primo Maggio
simbolo d'una fede nuova.
Teresa
Strano linguaggio!
Come sai tutto ciò? Sei già venuto qui
a fare il ficcanaso fra le mia carte.
Bened.
Sì;
mentre tu ancor dormivi. Sai bene che noi preti
siam tutti un po' curiosi....
Teresa
Ed anche un po' indiscreti
Bened.
In ver l'essere troppo curiosi non sta bene;
ma l'esserlo un pochino talvolta assai conviene.
Vedi, oggi, per esempio la mia curiosità
ci fu provvidenziale, senza di lei chi sa
quant'avrei continuato a diffidar di te,
che in fondo, a quanto sembra la pensi come me;
e tu certo credendomi un pseudo inquisitore,
m'avresti ognor celata, la fede del tuo cuore.
Fede sublime e santa alla quale mi sento
io pure vincolato con santo giuramento.
Teresa
Che sento mai!.... Possibile?.... Ma dici tu davvero
Anche tu Socialista? Anche tu battagliero?
ma come mai?
Bened.
M'ascolta: come già ti ho narrato,
ben sai ch'io son fuggito dal tetro educandato
sol per recarmi a Napoli, quando il morbo crudel,
portò squallore, e morte, sotto quel dolce ciel.
Per aiutare quei miseri, anch'io colà dovetti
cacciarmi nei tuguri di tanti poveretti.
Che quadro desolante! Quante ingiustizie umane!
Quanta gente cui manca l'aria, la luce, il pane!
Io vidi certe cose, cui non avrei creduto,
s'io stesso non avessi cogli occhi miei veduto;
io vidi (inorridisci, sorella) della gente,
che dorme tutto l'anno sulla paglia fetente,
in antri, dove un alito mai spira d'aria pura,
fra una promiscuità che offende la Natura,
Mentre vicino a queste stamberghe del dolore
quasi insulto a quei miseri; ricchi d'ogni splendore
s'ergean vasti palagi dalle alcove dorate,
ville con bei giardini, spaziose, ed abitate
da pochi, neghittosi, e quasi indifferenti
d'innanzi al quadro orribile di tanti sofferenti
Teresa
Nevver, ciò non è giusto.
Bened.
Non solo, ma è delitto
privar d'aria, di pane, chi più d'ogni altro ha dritto
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Queste disuguaglianze fecero su di me
dolorosa impressione, e pensavo: Perchè
tante ingiustizie al mondo? Quali di questi mali,
sarebbero le cause dirette e principali?
E immobile, commosso, dinanzi a quel dolore,
col fremito nell'anima, e lo sdegno nel core,
soffrivo nel vedermi inetto a migliorare
la sorte di quei miseri, ch'io sentivo d'amare
come fratelli miei, cercavo... Avrei voluto
giovare in qualche modo, portare qualche aiuto;
ma invano; senza guida, solo, la mente mia
confusa in mille sogni, cadea nell'utopia.
Teresa
Oh che peccato! E poi?
Bened.
Poi chi mi fe' cosciente,
cöordinando i nobili pensier della mia mente,
fu un giovin romagnolo, che in un caso pietoso
e triste, ebbi compagno. Che giovin coraggioso
che ingegno, che cuor d'oro sorella, che coltura
quanto soffrì, vedendo gli altri nella sventura!
Teresa
Prosegui via
Bened.
Una sera io venni destinato
con lui ad una visita nel borgo più abitato,
quando da una stamberga di miseri pezzenti,
ci parve udir dei gemiti, dei pianti, dei lamenti.
Ci avvicinammo ad essa, e più distintamente
sentimmo voci rauche, di persona morente.
Una famiglia intera dal morbo era colpita,
e invano al Ciel chiedea, misericordia, aita!
Entrare in quella tana, umida, sporca e scura,
pregna di miasmi orribili, satura d'aria impura,
è cosa, se non certa, almen molto probabile,
di rimaner colpiti dal morbo inesorabile;
Eppur quei disgraziati con disperati accenti
implorano al soccorso. Andiam dunque, si tenti,
gridò egli con accento risoluto ed ardito.
Non esitai; ma fiero al generoso invito,
risposi: Vengo anch'io; e al pie' di quel giaciglio,
anch'io saprò con voi, sfidare ogni periglio.
Entrammo, e fu una gara di lavoro, di stenti
per strappare alla morte quei poveri innocenti.
Teresa
Bravo, fratello, bravo, quest'atto assai ti onora.
Ma il tuo compagno chi era? Non me l'hai detto ancora.
Bened.
Egli era un socialista, che per la santa idea,
e carcere ed esilio ei già sofferto avea!
Là fra gli estremi aneliti di quei tristi morenti
mi parlò di miserie, dei dritti delle genti,
là, mi spiegò le cause, di tanti mali attrici
e perchè mentre gemono milioni d'infelici
pochi godon la vita... compresi allor, sorella,
quanto la fede sua fosse sublime e bella,
sentii che rispondeva ai sensi del cuor mio;
la vostra man, gli dissi, son socialista anch'io.
Teresa
Altro che Cardinale;... e il babbo che di te
vuol farne un'Eminenza, ha detto, un Papa Re!
Bened.
È un sogno, un grave errore non ho la vocazione,
Teresa
O me ne sono accorta, sai di rivoluzione
lontano mille miglia
Bened.
Dunque sorella tu
che sei molto influente, ed hai la gran virtù
di vincer sempre il babbo, fammi questo favore;
digli che a me non piace l'arte del Monsignore,
che amo viver col frutto delle fatiche mie,
e non già oziar tra salmi bugiardi, e litanie.
Teresa
Non cederà alla prima
Bened.
O Guido ti aiuterà
Teresa
Ma se dovessi fare soltanto col papà
vedi, son più certa che riuscirei da sola,
con due carezze, un bacio, una dolce parola
ottengo ciò che voglio, ma in mezzo (è quest'è il male)
c'entra sempre il curato, il vecchio Don Pasquale
che con malizia, ed arte, di cui tanto è capace,
induce il babbo a fare ciò che gli pare e piace.
Bened.
Oh! non temere, l'armi con cui si fa guerriero,
si spunteranno tutte se, come hai detto, è vero:
hanno i lavoratori buon grado di coltura.
Son l'armi sue, lo sò, calunnia ed impostura;
ma quale effetto avranno gettate fra una gente
che sa tutto distinguere, fiera, colta cosciente?
avran l'effetto opposto e feriran colui
che tanto infamemente le adopera, per cui
nulla dobbiam temere.


SCENA V.


Guido e detti.

Guido
Buon giorno Teresina
Teresa
Buon dì, Guido.
Bened.
Buon giorno
Guido
Ebbene la piccina?
Teresa
Sta meglio.
Lucia
Sì buon Guido
Guido
(Esam. la mano) Per fortuna che pronto un giovanotto
corse a fermar la macchina se no restava sotto
le ruote stritolata
Bened.
Credo; ma a quell'età
mandarle fra le macchine è cosa che non va
Guido
È ver, ma la famiglia si troverà costretta
dal bisogno di vivere,
Bened.
Miseria maledetta!
Guido
Quali sinceri accenti! è un prete di buon cuore.
Teresa
E sai che cosa ha detto ieri sera il dottore?
Che oggi potea riprendere il suo lavor consueto
Guido
Benchè la legge il vieti con tanto di decreto!
Bened.
Ecco, come si osservano le leggi protettrici
votate, per le misere classi lavoratrici
Ma tu non lo permetti; nevver, cara sorella.
Teresa
Nò certo. — Ti dò' Guido una buona novella,
Mio fratello, che tanto noi credevam nemico,
è invece un buon compagno, ed un sincero amico.
Ei, per recarsi a Napoli dei miseri in aiuto,
con slancio generoso, fuggì dall'istituto.
Guido
Bravo! quest'è per me la prova più eloquente
che siete un uom di cuore, onesto, intelligente
Bened.
Ho fatto il mio dovere null'altro caro amico
Guido
Lo so ma pel dì d'oggi mi capirete..... e dico
si recò pure a Napoli un caro amico mio
forse lo conosceste... Andrea Costa
Bened.
Per Dio!
Fummo compagni, ed anzi, devo dir che mi fu
Maestro di coraggio, di fede, e di virtù.
Fu lui che mi persuase ad entrar convertito
nelle gloriose file del giovane partito
Guido
La vostra man compagno, e fatevi coraggio
chè ormai qui dalla nostra abbiam tutto il villaggio
Bened.
Davvero?!
Guido
Ecco la prova: Questa per te Teresa,
e questa per tuo padre: per me niuna sorpresa.
So già di che si tratta; per te, forse; chi sa?
(a Benedetto) Son gli operai che vogliono provar la sua bontà
(Teresa apre la lettera e legge)


Signorina,
La lettera che abbiamo indirizzata al suo signor padre perchè abbia ad essere bene accetta è necessario che Ella se ne interessi e la difenda; perciò le rivolgiamo calda preghiera di prenderla in considerazione.
Fidenti che non verrà meno alle tante dimostrazioni di benevolenza e promesse fatteci, le anticipiamo i più sentiti ringraziamenti e ci segnamo per la Federazione, ecc. ecc.


(apre e legge l'altra)


Preg. Signore,
Dopo un lungo e faticoso lavoro come il nostro, non guadagnare tanto che basti a sfamare la nostra famiglia è qualche cosa di troppo inumano e che un uomo di cuore come Lei non dovrebbe volere.
Quindi, (certi che acconsentirà), domandiamo che d'ora in avanti l'orario giornaliero sia ridotto ad otto ore ed i salari attuali siano aumentati del 15 per 0/0.
Le porgiamo i più sentiti ringraziamenti e ci segnamo per la Federazione ecc. ecc.

Teresa
Guido, mi sembra troppo quello che gli si chiede.
Ridur l'orario via... ma crescer la mercede!
Guido
Sono assai miti invece, lor spetta assai di più,
Ed io voglio sperare che il padre tuo, che fu
un dì com'essi oppresso, che come lor soffrì,
lor non vorrà negare ciò ch'ei chiedeva un dì.
Teresa
Sì, lo concederà, voglio sperarlo anch'io?
ma s'egli si rifiuta che mai potrò far io?
Guido
Mia cara, è tuo dovere adoprarti perchè
egli tutto conceda. Hai sempre detto che
in fondo del tuo cuore trovò un'eco il lamento
di coloro che dopo dodici ore di stento
non possono aver pane per tutta la famiglia.
Io quindi avrei ragione di farmi meraviglia
se ti vedessi incerta nel prender la difesa
di sì giuste domande.
Bened.
È una nobil impresa.
Teresa
È dover mio, lo so; ma contro il padre è cosa
che può sembrare ingrata per quanto generosa.
Guido
Se fosse la battaglia cruente e micidiale,
non avrei dato certo a te un consiglio tale,
ma l'armi tue si sa, sono le tenerezze;
si sa che dai gli assalti coi baci e le carezze.
Teresa
È ver, Guido mio accetto, sarò sua paladina.
Per guerreggiar coi baci io sono un'eroina.
Se il vincitor dev'essere chi avrà meno paura,
chi il bacio ha più sincero, la carezza più pura,
sarà la mia vittoria.
Bened.
Ti scorderai di me?!
Teresa
Se vinco la battaglia, la vinco anche per te
Bened.
E torna presto il babbo?
Teresa
Da quello che ha promesso,
potrebbe ritornare anche quest'oggi stesso.
Guido
Vuol dir che in settimana avrem le nozze,
Teresa
Sì,
se la promessa fattaci il giorno che partì
non se l'avrà scordata.
Guido
Però voglio sperare,
che se lui si dimentica, saprai tu rinfrescare
la sua memoria.
Teresa
Certo, ma non la scorderà.
Non dubitare Guido, la mia felicità
è cosa che gli preme, quanto preme a me stessa.


Benedetto che al parlare di nozze si era reso taciturno e melanconico interrompe a questo punto con una esclamazione

Bened.
E! al mio tesoro anch'io ho fatto una promessa;
Ma poi ficcò la coda tra noi qualche demonio
ed andò tutto in fumo, e sposa, e matrimonio!!
Ma l'ho pur sempre qui scolpita in mezzo al cor
quell'angiol di bellezza, quell'olezzante fior.
Teresa
Come! anche tu, fratello, hai la tua passioncella,
la tua storia d'amore?
Bened.
Già
Teresa
E dico... sarà bella
Guido
Sì bella, ma un po' strana e molto avventurosa.
Teresa
Sentiam via questa storia, anch'io sono curiosa,
e l'esserlo un pochino, talvolta assai conviene:
l'hai detto tu.
Bened.
Si è vero, ma capirete bene.
Vi sono certe cose che non si posson dire,
(Guido e Teresa si stupiscono)
Ma se assolutamente la volete sentire
la conterò in metafora.
Teresa
Cospetto! ma perchè? (pausa)
(rassegnati) Sarà lo stesso, avanti


Benedetto li prende entrambi per mano, li conduce alla ribalta e parla con aria di grande mistero e quasi sottovoce

Bened.
C'era una volta un re.
Teresa
Un re ma cosa c'entra? piuttosto una regina.
Bened.
Lasciami continuare.

(In questo momento Guido si troverà davanti ad una delle due finestre)
Guido
Cospetto, Teresina
tuo padre col curato!
Teresa
Mio padre!
Guido
Sì.
Bened.
Il papà!!
Guido
S'avviano a questa volta; ed or come si fa?
Teresa
Con Don Pasquale? o Dio! ma è una sventura questa!
Chi sa quante fandonie gli ficca nella testa!
Mi par d'udirlo . . . «Guido è un uomo irreligioso,
un astuto ribelle, falso, pericoloso;
e vostra figlia anch'essa in Dio non ha più fede,
e al demon che la tenta lei presta ascolto e crede;»
senza le altre calunnie che con santa impostura,
quel furbo sa insinuare in quell'anima pura.
(cambiando tono) Ma non importa Guido; all'arte menzognera
noi opporem la nostra fede santa, sincera
Noi combattiam per togliere l'oppressore, e l'oppresso
con noi sta la ragione, la scienza ed il progresso;
Coraggio e vinceremo!
Bened.
Noi affidiamo a te
le sorti della guerra.
Teresa
Accetto, purchè a me
voi giuriate obbedienza
G. e B.
(scherzando)
Altezza lo giuriamo.
Teresa
Ah! ah! sembra una scena, d'Agnese ed Aleramo
Bened.
Però Regina in erba, il nemico s'avanza
Teresa
Tendiamogli l'agguato . . . avanti in quella stanza (partono)


SCENA VI.


Don Pasquale e Paolo.

Paolo
Ma insomma che volete se mi fossi sognato
una faccenda tale, non sarei certo andato
fuori di casa, o no; l'avrei mandato lui
ed io restavo qui; ma è fatta, ormai per cui
dobbiamo ora trovare il rimedio migliore.
D. Pasq.
Ve l'ho già suggerito, ma voi, caro signore,
siete un po' troppo tenero, per questi grandi mali
ci voglion gran rimedii, misure radicali
Paolo
Dunque licenziamento?
D. Pasq.
Già; e senza compassione:
si tratta di difendere la santa religione,
È Iddio che vel comanda, è Iddio che vel consiglia,
che vi dice: salvatevi, salvate vostra figlia! (cambiando tono)
Capite; Guido, privo di lavoro, sarà
ben presto senza pane; quindi, se non vorrà
morir di fame oppure, a noi stender la mano,
sarà costretto andarsene di qui molto lontano,
senza capo ben presto si sbanderan le file,
e a noi sarà più facile richiamare all'ovile
le pecore smarrite.
Paolo
Voi dite bene è vero,
ma io non sono capace di mostrarmi severo
con Guido, e con mia figlia.
D. Pasq.
Provate,
Paolo
Proverò,
ma vedrete non riesco. Ho già provato e so
che quando sento quella sua vocina graziosa,
affabile, incantevole, dimentico ogni cosa.
Se poi mi scocca un bacio addio severità,
divento il suo ballocco: «Papà di qua, papà
di là, papà di su, papà di giù:» e così
non faccio che sorridere e dire sempre sì
ad ogni sua domanda.
D. Pasq.
(fra sè) Tentiamo un'altra via
Udite: Di passaggio qui abbiamo Suor Maria,
un angiol che dal cielo ebbe il poter divino
di richiamar gl'increduli sopra il retto cammino,
a lei non manca certo la fede, la pazienza,
la virtù necessaria, la grazia e l'eloquenza,
per ricondur Teresa, umiliata e pentita,
alla primiera fede, sulla strada smarrita;
quindi voi fate in modo ch'ella non si rifiuti
di conversar con essa, soltanto due minuti.
Vedrete che ben presto ella verrà da voi
a chiedervi perdono di tutti i falli suoi.
Necessita però, tenerla separata,
che per ora non veda quell'anima dannata
di Guido.
Paolo
Che mai dite? È un'impossibil cosa.
Non pensa che al mio arrivo per diventar sua sposa.
D. Pasq.
Riescirà Suor Maria, c'è niente d'impossibile
per lei.
Paolo
Cospetto è dunque sicura, ed invincibile?
D. Pasq.
Non c'è al mondo chi possa vantar grazie e virtù
sante come le sue. Capirete, se fu
prescelta dal Signore non c'è da dubitare.
Paolo
In quanto a me non dubito. Che diamine?.. vi pare?...
Se Iddio affidare volle a lei questa missione;
le darà pur la forza d'aver sempre ragione.
D. Pasq.
E strano in ver sarebbe che ad un'ancella invitta
toccasse il disonore d'avere una sconfitta
Paolo
Sentite, Don Pasquale: Io colla mia parola
già il so, posso riuscire ad una cosa sola;
a questa; Che mia figlia con la divina Suora
parlerà, se v'aggrada, magari più di un'ora.
D. Pasq.
Ma questo è quanto basta.
Paolo
Ecco mia figlia viene
D. Pasq.
Mostratevi severo.
Paolo
Le voglio troppo bene.
D. Pasq.
Caro signor, per essere buon padre di famiglia
dovreste in questo caso sgridare vostra figlia.
Paolo
Farò d'ogni mio meglio; ma convien che fin d'ora
vi recate a chiamare questa virtuosa suora;
così appena m'avvedo che resterò battuto,
quest'angelo invincibile io chiamerò in aiuto.
D. Pasq.
Benissimo; e vedrete che noi sarem ben presto
tranquilli, in pace, e liberi da un uom tanto funesto!
Arrivederci dunque.
Paolo
Arrivederci, addio.

(Don Pasquale esce)


SCENA VII.


Paolo solo.


Corpo d'una spingarda! è un bell'impiccio il mio!
Licenziar Guido! È cosa che si fa presto a dire;
Ma e mia figlia che l'ama, lo lascierà partire
solo, senza seguirlo, o non vorrà piuttosto
mantener la parola, seguirlo ad ogni costo?
Perchè l'esser severi è cosa che conviene,
sì, finchè essendo tali si può fare del bene;
ma quando poi si riesce a far degl'infelici,
È meglio aggiustar tutto insiem da buoni amici.
Eccola qua che viene, facciamo l'imbronciato.


SCENA VIII.


Paolo e Teresa.

Teresa
(correndo ad abbracciarlo)
Che vedo? Tu qui, babbo? E quando sei arrivato?
Paolo
Fin da questa mattina.
Teresa
Fin da questa mattina?
E senza prevenirmi? davver quest'è carina!
Paolo
Ah! figlia, figlia mia! chi mai l'avrebbe detto?!
Teresa
Che cosa t'è accaduto?
Paolo
Tuo fratel Benedetto...
Teresa
Ebben che cosa ha fatto?
Paolo
Commise una pazzia,
fuggì dal seminario, e niun sa dove sia
Teresa
Via babbo, tranquillizzati, tu sai che Benedetto
È un giovin cui non manca il senno, e l'intelletto,
quindi a pensarne male noi gli facciamo un torto,
Paolo
Ma sai son tanti i casi.... e s'egli fosse morto?!
Teresa
O questo no, papà.
Paolo
Tu affermi ma non sai.
Teresa
Io posso assicurarti ch'ei vive e che l'avrai
fra poco ai piedi tuoi coperto d'ogni onore
Paolo
Oh! grazie Teresina! tu m'hai tolto dal core
una spina mortale, tu mi ridai la vita.
Teresa
Ordunque via quel broncio, facciamola finita
con quell'austerità.
Paolo
Non ancor signorina.
Teresa
Perchè? forse nel core ti punge un'altra spina?
O povero papà, ed è mortale anch'essa? (Paolo accenna di sì)
E chi te l'ha confitta?!
Paolo
Tu figlia mia, tu stessa.
Teresa
Io? Ma come il potei da te tanto lontano?
Paolo
Via non scherzar Teresa, ogni diniego è vano.
Teresa
Babbo, finchè mi parli ravvolto nel mistero,
Ti sfiati inutilmente, non ci capisco un zero.
Parla più chiaro, via, buon babbo, te ne prego.
Paolo
Ecco, volevo dire, non so se ben mi spiego,
che fummo troppo ingenui, io vecchio e tu fanciulla
errammo entrambi figlia. Non sospettammo nulla.
Teresa
Errammo? Ma in che modo? con chi? Via, babbo caro,
neppur questo mi sembra linguaggio troppo chiaro.
Paolo
Ecco, volevo dirti (ci siam) che in Guido, tu
credesti amare, o figlia, un giovin di virtù,
ed io stesso credendolo al par di te virtuoso,
volente acconsentivo a dartelo in isposo.
Ma ci siamo ingannati; non era, e non è tale
Teresa
E questo te l'ha detto, nevvero, Don Pasquale?
Paolo
Sì, lui, precisamente; e tu, Teresa sai
che Don Pasqual non mente, e non s'inganna mai.
Teresa
È il suo calunniatore; e benchè sia curato,
non ho timore a dirglielo, è un gran mal'educato.
Ma insomma, che ha mai fatto per non essere più,
come il credesti allora, un giovin di virtù?
Paolo
Teresa, via, tu bene conosci il suo pensiero
e sai che cosa ha fatto nel tempo ch'io non c'ero.
Teresa
Sì, è ver, quel ch'egli ha fatto lo so, e ben meglio assai
di quel tuo Don Pasquale che non s'inganna mai.
Ma ancora so che è sempre come prima virtuoso,
che tu me l'hai promesso, e che sarà mio sposo.
Paolo
Tu sai come la pensa, ch'è da tutti sfuggito
(con meraviglia) e persisti ad amarlo? volerlo per marito?
Teresa
Anzi per quel che ha fatto l'amo più ardentemente,
non solo, ma vi vanto, parlando francamente,
d'esserle stata anch'io compagna di lavor.
Paolo
Santi del ciel che sento! che scandalo! che orror!
Teresa
Scandalo, orror tu chiami, insegnare all'oppresso,
che cosa sia lavoro, che cosa sia progresso?
No, no, babbo, non credere! Don Pasquale ha mentito
Non è vero che Guido da tutti sia sfuggito.
A tutti del villaggio la sua persona è cara
d'averlo in compagnia qui tutti vanno a gara,
gli operai tutti l'amano come un vero fratello,
e le fanciulle dicono, che è buono quanto è bello.
I contadini, parlano di lui con riverenza;
sovente anzi l'invitano, per qualche conferenza.
Ed ancor ieri sera ov'egli andò a parlare
tutto il villaggio accorse desioso di ascoltare
la sua parola affabile sincera convincente,
nemmeno in chiesa a predica v'accorre tanta gente.
Eppure c'era un ordine, c'era un silenzio tale
che volando una mosca sentivi il batter d'ale.
Oh se avesti veduto quei buoni parrocchiani
commossi fino al pianto come battean le mani!
Oh! se avesti udito quegli evviva al suo nome
come erompean sinceri, compreso avresti come
e quanto ei sia stimato. E.... vedi questi fiori
gli furon regalati dai tuoi lavoratori,
fra un subisso d'applausi, e gli evviva a quell'idea
che dà cogli entusiasmi il palpito che crea.
Ecco perchè quel falso ministro di Gesù,
ti venne a dir che Guido è privo di virtù.
(cambiando tono) No, no, babbo non credergli; va dal signor curato
digli che è nell'errore, che mal lo ha giudicato,
che Guido è più di prima onesto, pio, sincero,
apostolo instancabile, e difensor del vero.
Paolo
(da sè) Eccomi bello e fritto? Che cosa le rispondo?
È meglio render l'armi, se parlo mi confondo!
Infatti cosa dirle, davvero non saprei.
Verrà, verrà la suora: le risponderà lei.
Teresa
Ebben, la spina è tolta?
Paolo
Così stando le cose,
tu mutasti le spine in olezzanti rose.
Teresa
Or tocca a te, buon babbo, a fare da dottore,
giacchè tre spine anch'io mi sento in mezzo al core.
E tutte e tre mortali!!
Paolo
Cospetto! proprio tre?!
o povera fanciulla più infelice di me.
Teresa
Già e tu pur voglio credere, in olezzanti fior
vorrai mutare queste tre spine del mio cor.
Paolo
Se mi sarà possibile, non son crudele e tale
da lasciarti nel core una spina mortale.
Sentiam.
Teresa
Te ne ricordi? in questa sala stessa
il dì che sei partito m'hai fatta una promessa.
Paolo
Promessa se vogliamo, un po' bizzarra e strana
ma ho promesso mantengo. In fin di settimana
si faranno le nozze.
Teresa
Oh! qual felicità!
Grazie! toh, prendi un bacio, grazie, mio buon papà
Paolo
Dunque una spina è tolta; all'altra ora.
Teresa
(fra sè) Coraggio.
Babbo tu pure il sai, quest'oggi è il primo Maggio.
Paolo
E cosa c'entra questo colle spine nel cor.
Teresa
È la festa solenne dei figli del lavor,
e come tutti gli altri, anche i nostri operai quest'oggi hanno fermato le spole, ed i telai.
Già: e forti delle loro leghe di resistenza
in nome dell'igiene del dritto e della scienza
chiedono patti più equi.
Paolo rimane sorpreso

Gli presenta la lettera.
Paolo
Tu l'hai già letta?
Teresa
Sì.
Chiedon le stesse cose che tu chiedevi un dì.
Paolo
Sono domande sante, ma, cara Teresina,
l'accordarlo vuol dire voler la mia rovina.
Teresa
No, no, babbo, t'inganni!
Paolo
Ma dimmi hai tu pensato
che c'è la concorrenza, e che ogni anno lo stato
ci mette nuove tasse?
Teresa
Lo so; pur troppo è vero!
Abbiam la concorrenza, ed ogni ministero
per riempir tutti i vuoti che trova nelle casse,
dopo aver ben studiato applica nuove tasse,
ma dal punto di vista ov'io guardo le cose
dove tu vedi spine io non vedo che rose,
e vedo che tu puoi senza rovinar niente
far paghi i desideri di tanta brava gente!
Paolo
Sarei davver curioso di sentirmi spiegare
quest'enigma; sapere come si possa fare,
il che sembra impossibile, aver eguale entrata,
coll'aumentar la paga, e accorciar la giornata.
Teresa
Ed io ti appago subito: Ecco insegna la scienza
con dati incontestabili, per studio ed esperienza,
che dopo la materia, è principal fattor,
d'ogni ricchezza al mondo, il genio, ed il lavor
dell'uomo intelligente, libero, forte e sano,
ed ancor ci dimostra, con le prove alla mano,
che quando una persona è schiava, e mal nutrita
non può mai esser forte, intelligente, ardita.
Ed or babbo, permettimi un'ardita domanda,
come si nutron, dimmi gli addetti a tua filanda?
dimmi ti par che possano col misero salario
di venti soldi al giorno, rifarsi il necessario
per mantenersi forti, intelligenti, e sani?
Paolo accenna di no.
Nevver? non è possibile, anzi siam ben lontani;
dunque, tu trova un po' a darle una mercede,
che possano nutrirsi come natura il chiede,
provati a lor concedere libertà sufficiente
da poter collo studio, sviluppar dalla mente
le buone facoltà che gli die' la natura,
non più quattordici ore chiusi fra quattro mura,
curvati sui telai, fra i miasmi dei cotoni,
ma l'aria sana e libera, ridona ai suoi polmoni,
oh! allora babbo mio, allor sì vedrai
quello che son capace di fare gli operai,
intelligenti, e liberi, sicuri del dimane
non più costretti a vendersi per un tozzo di pane.

Paolo ascolta attentamente ed è visibilmente commosso, Teresa ne approfitta, si avvicina, si siede sulle ginocchia e lo accarezza; poi parla con molta grazia.
Teresa
Non dico bene babbo?
Paolo
Parli divinamente,
ma in mezzo a tanta scienza la mia povera mente
si perde, e si confonde......... ma se non ho capito
t'accerto che mi sento commosso, intenerito.
Teresa
Ma lasciam pur da parte i detti della scienza
è question di morale, di cuore, di coscienza,
d'onestà, babbo. Via, parliamo francamente,
la tua ricchezza è in parte lavor di questa gente,
che lavora e si nutre con acqua e un po' di pane
che non lo mangerebbe neppure il nostro cane
Paolo
O questo poi...
Teresa
Ma sì; siam giusti: noi abbiamo
senza fatica alcuna tutto quel che vogliamo.
Noi che neppur sappiamo che cosa sia lavoro
abbiam sale spaziose, e sane, mentre a loro
che soffrono e lavorano per noi tutta l'annata
dato è per casa, un'umida tana, scura, ammuffata,
A noi ricche coperte, a noi morbida lana,
ad essi un po' di paglia, e spesso anche malsana
a noi tutti i piaceri, tutti i divertimenti,
a lor tutti i dolori, le privazioni, gli stenti,
essi che hanno tessuto, e tele, e sete, e lini,
hanno senza camicia i loro figliuolini,
e noi, sol perchè siamo padroni di filanda,
abbiam fin sulla soglia tela fina d'Olanda,
No, no, mio caro babbo, tu sei di cuore, onesto,
e devi a questi mali metter riparo, e presto.
Paolo
Che ingegno, che eloquenza! vedi Teresa mia,
avrai forse ragione, ma solo in teoria.
(Di dentro gli Operai cantano come alla Scena I)
Che è ciò?
Teresa
No, non m'inganno... o padre mio li senti!
Paolo
Che c'è?
Teresa
Son dessi, e vengono a chieder se acconsenti.
Eccoli che ti chiamano.
Paolo
Non mancava che questa!
Quest'oggi è un gran miracolo s'io non perdo la testa!
Teresa
Padre, padre, ma vieni (lo spinge verso la finestra)
Paolo
Sono troppo commosso.
Teresa
Soltanto a salutarli.
Paolo
Non so che dir, non posso!
Teresa
Lascia parlare il core, coraggio babbo, avanti.

(Paolo si trova in questo momento senza volerlo davanti alla finestra.
Paolo
Sì, sì, avete ragione son dritti sacrosanti,
Sono domande giuste, e perciò v'acconsento.

(Gli operai applaudono e si allontanano cantando. Paolo va a sedersi sulla poltrona come se avesse fatto una grande fatica. Teresa gli si accosta con dolcezza e le parla con molta grazia).
Teresa
Di', non ti senti, babbo, il cuore più contento!
Paolo
A far del bene sempre prova piacere il core.
Anch'io com'essi fui misero filatore,
e capirai... ma basta veniamo all'altra spina,
e poi fammi il piacere parlami, Teresina,
ch'io fremo d'impazienza; dimmi di Benedetto.
Teresa
O anche lui freme!
Paolo
E dove?
Teresa
Sotto il paterno tetto,
ed anzi non è vero, ben ch'io senta dolore
sia questa terza spina piantata nel mio core.
Paolo
No? ma ed in quale dunque?
Teresa
In quello di tuo figlio
e tu glie la torrai, se accetti il mio consiglio.
Paolo
Ma infin di che si tratta? parla!
Teresa
Ecco egli mi dice,
che tu l'hai reso l'uomo più triste ed infelice.
Paolo
Come? io?
Teresa
Sì, tu, imponendogli (e questa è cosa vera)
d'indossare la tonaca e fare una carriera
per la quale non ha nè inclinazion, nè fede
quindi ei vorrebbe (e questo per mezzo mio ti chiede)
cambiarla, egli vorrebbe studiar, sì babbo amato
ma per quella carriera cui si sente inclinato
e certo di riuscire, ed io gli dò ragione.
Non si può riuscir preti senza la vocazione.
Paolo
Eppur quella del prete è una nobil carriera.
Teresa
Sarà, ma a Benedetto gli par poco sincera
Egli è giovin d'ingegno, e ardito nel pensiero
anela di combattere per ciò che è giusto e vero,
mentre per far carriera fra i preti, t'assicura,
più che d'ingegno è sempre questione d'impostura;
e noi vediam difatti che ai posti superiori
arrivan sempre primi, gli scaltri, e gl'impostori.
Via, se rifletti e pensi, che anch'egli come te
ha il cuor sincero, e buono, che anch'egli come me
sente nel core i palpiti che la madre natura
ha dato per amare ad ogni creatura,
che gli ripugna l'ozio, ed il lavor ritiene
unica fonte d'ogni ricchezza, e d'ogni bene;
se tutto ciò consideri, devi farti persuaso
ch'egli ha ragione, e che non ha parlato a caso.
Paolo
E siamo sempre lì coi grandi paroloni
di scienza, di morale, di cuor, di vocazioni.
Di tutte queste cose io non m'intendo un zero
e tu mi fai vedere per bianco ciò che è nero,
invece sarà poi un pretesto inventato
per tralasciar gli studi.


SCENA IX.


Benedetto si getta in ginocchio davanti a Paolo.

Bened.
No, no, mio padre amato.
Paolo
O figlio, figlio mio!
Bened.
Non è, credi, un pretesto,
ma è la voce leale d'un cuor sincero, onesto,
e in avvenir, ti giuro, io studierò con zelo
se tu mi lasci scegliere la via che tanto anelo.
Spoglio di questa veste, studiando e col lavoro
sarò della famiglia sostegno un dì e decoro.
Ma sotto queste spoglie t'accerto, babbo caro,
per quanto m'affatichi sarò sempre un somaro.
Paolo
Alzati figlio mio, fra le mie braccia, quà;
e tu pur figlia mia.
Teresa
O caro il mio papà,
quanto ti voglio bene, to un bacio, e un altro ancora.
Paolo
Quanto sono felice! Io non darei quest'ora
per un anno di vita! Sì voi siete il mio orgoglio,
le mie belle speranze, e contraddir non voglio
le vostre aspirazioni. (di dentro si sente D. Pasquale)
Teresa
Qui Don Pasquale ancora?
Paolo
Don Pasquale?! per bacco! Avrà con sè la suora,
Or che l'ho fatta bella! Mi son dimenticato,
figli che ho da parlare da solo col curato.
Teresa
E noi dobbiamo andarcene?
Paolo
Sì, ma per un momento.
Teresa
Ebben sia pure; andiamo, ma bada vè, sta attento
perchè quell'importuno ministro del Signore
è capace a configgerti qualche altra spina in core.
Paolo
Non dubitare, va, ma non ti allontanare
poichè dovrai son certo, fra poco ritornare.
Teresa
C'è dunque qualche cosa che mi riguarda?
Paolo
Sì;
fra poco saprai tutto, per or basta così
Va, va, non dubitare
Teresa
Allor di te mi fido.
Se credi andremo intanto ad avvertire Guido
che tutto è combinato, vieni tu Benedetto?
Paolo
Sì, andate figli, e ditegli che quest'oggi l'aspetto
a pranzare con noi.
Teresa
Sì, grazie buon papà
Andiam fratello.
Bened.
Andiamo. (partono e con gesto cortese salutano)
Paolo
Ed or come si fà? (sulla porta)
A dir vero in famiglia ho accomodato tutto,
ma è col curato che ora l'affare si fa brutto.


SCENA X.


Don Pasquale, Suor Maria e detto.

D. Pasq.
Eccoci qua, signore.
Paolo
Già di ritorno? Entrate.
Del disturbo, vi prego, sorella, perdonate.
D. Pasq.
Sorella, il signor Paolo, il padre sventurato
del quale vi ho parlato.

(Suor Maria all'inchino del Signor Paolo risponde con religioso inchino)
S. Maria
Ognora sia lodato
il nome di Gesù!
Paolo
Lodato sempre sia,
D. Pasq.
Il nome di Gesù e quello di Maria!
S. Maria
E dunque vostra figlia....
Paolo
Che dirvi mai poss'io?
È buona; mi vuol bene, ma ha poca fede in Dio,
S. Maria
Cospetto! e come mai?
Paolo
Ecco, ella adora e crede
ad un giovin bravissimo, ma anch'egli senza fede.
S. Maria
Dunque è l'amor la causa....
(da sè) (Come potrò mai io
guarir gli altri d'un male che in core sento anch'io)
L'amor non è più bello quando la fede invola.
Paolo
Ma voi, divin'ancella, colla vostra parola
eloquente, gentile, convertirla saprete.
S. Maria
Mi proverò, signore, ma voi padre le siete,
e quindi più che a me facil per voi saria
convincerla a tornare sopra la retta via.
Paolo
V'ingannate, sorella, sono poco istrüito
vado per convertirla e resto convertito,
Già provai e ritentando, temo che finirei
per dichiararmi vinto e dire come lei.
S. Maria
È dunque molto colta?
Paolo
Coltissima, ma poi
è pur molto cortese, non so se più di voi;
ma certo nel villaggio non se ne trova un'altra
D. Pasq.
O sì per questo è vero, è furba e molto scaltra
ma ora, signor, vedrete; si muta la partita.
Per lei non c'è pericolo che resti convertita
Paolo
Di questo non ne dubito, sono convinto anch'io
non può toccar sconfitte ai prescelti da Dio.
Dunque vado a chiamarla
D. Pasq.
Anch'io vengo con voi
è meglio che sian sole, noi torneremo poi (partono)

Suor Maria sola.

(li accompagna col gesto; poi parla colle mani giunte e rivolte al cielo).
S. Maria
Vergine pia del ciel, m'avete abbandonata?
Vi fui ribelle è ver, fui peccatrice, ingrata;
ma perchè non difendermi da quel possente sguardo?
perchè lasciaste, o Madre, potesse quel malïardo
vincer la mia fermezza, e lanciarmi nel core
lo strale che conquide, ed inebbria d'amore?!
Mi venne in forma d'angelo, ridente d'un sorriso,
d'una grazia che solo può dare il Paradiso.
Ed or voi pur sapete qual sia il dolor che provo,
e quanto sia difficile il caso in cui mi trovo...
Come a questa fanciulla darò quella virtù
che già da qualche tempo sento che non ho più?
Come potrò dipingerle l'amor per cosa prava,
quand'io stessa d'amore son vittima e son schiava?!
(s'inginocchia) Madonna pia del cielo, genuflessa, pentita,
a voi si prostra e prega quest'umile tradita.
Scacciate dal mio fianco questo demon possente;
fate tacer la voce gentile e seducente
che mi parla nel core, questa voce insinuante
che mi parla d'amore, d'ebbrezze pure e sante

(Mentre Suor Maria è assorta nella preghiera, Teresa si presenta sulla soglia).


SCENA XI.


Teresa e detta.

Teresa
Ecco, il nemico prega, forse dal cielo invoca
la fede e la costanza... vuol dir che ce n'è poca.
(chiamandola) Sorella?

(Suor Maria interrompe la prece e saluta religiosamente)
S. Maria
Sia lodato
Teresa
Chi?
S. Maria
Il nome di Gesù
(Suor Maria dopo d'aver atteso un po' ma invano la risposta di prammatica, continua)
e quello di Maria..... ah non credete più?!
Male, sorella mia, bisogna aver costanza.
Teresa
Per la mia fede, suora, credete, ne ho abbastanza
S. Maria
Ma questa vostra fede, non ve ne siete accorta?
ve l'inspirò il Demonio.
Teresa
Ebben, che cosa importa?
Ell'è una buona idea, io quindi l'ho abbracciata,
senza cercar l'origine di chi me l'ha inspirata.
Credo infatti che sia un madornale errore
giudicare un'idea dal solo ispiratore.
Se questa è giusta e buona, sarà pur sempre tale,
sia dessa ispirazione divina od infernale.
S. Maria
Madonna mia che sento!!
Teresa
Del resto poi, credete,
questo fiero demonio che voi tanto temete,
non è vero che sia cattivo per istinto,
e non è così brutto come ve l'han dipinto.
S. Maria
Oh, l'arti del demonio le conosco, sorella!
il mal l'insinua sempre sotto una forma bella;
e voi certo ispirandovi a quest'idea, credeste
far cosa santa e buona, e invece vi perdeste...
Teresa
Ma quest'idea che tanto vi fa arricciare il naso
dite, la conoscete, oppur parlate, a caso?
poichè per giudicarla, con equi apprezzamenti
dovreste almen conoscerne i punti più saglienti.
S. Maria
Oh, la conosco, sì!? l'ideal del terrore
che tutto vuol distruggere; Patria, Famiglia, Amore,
Carità, Religione!
Teresa
Ditelo francamente
di questa nuova idea non conoscete niente,
Distruggere la Patria? Al contrario, sorella,
io la voglio più grande, più libera, più bella.
Certo disprezzo, e critico quella Patria che ingrata
discaccia dal suo seno quelli che l'han bagnata
col sudor della fronte, come si scaccia un cane,
affranti ed abbrutiti, stracciati e senza pane,
la Patria che non ha per il suo contadino
una spiga di grano ed un bicchier di vino,
la Patria che pei poveri non ha sorrisi il ciel,
è una Patria matrigna, è una Patria crudel.
Io voglio che la Patria parli un linguaggio solo,
senza confini, estesa dall'uno all'altro polo,
dove al posto dell'odio regni il fraterno amor,
ed al posto dell'ozio, l'atträente lavor.
In quanto alla famiglia, povera, ingenua suora
ma dov'è la famiglia? fors'ella esiste ancora?
Come può mai la madre cudir la sua bambina
se dall'alba al tramonto sta chiusa in officina?
E il padre che è costretto a gettar sulla via
i figli a mendicare, ditemi, Suor Maria,
ha forse una famiglia? Dite; quali consigli
e quale educazione può un padre dare ai figli
se a lor non può dar pane? E può regnar l'amore
dove sol la miseria impera ed il dolore?
Non c'è famiglia, no, dove è spenta la fiamma
dell'amor, dove i bimbi non hanno dalla mamma
i baci, le carezze, e l'affettuosa cura.
Sì, io voglio la famiglia, ma stabile e sicura,
che possa, lavorando, essere garantita
del primo fra i diritti, del diritto alla vita,
che infin sia qual dev'essere un'alta poesia,
un profumo d'amore, un'eterna armonia.
S. Maria
Ma noi di questi mali sentiamo pur pietà;
per mitigarli, ai ricchi chiediam la carità.
Teresa
No, no, cara sorella: vedo che hai nobil'animo
e generoso il cuore, lodo il pensier magnanimo
col quale tu vorresti soccorrere l'oppresso,
ma un tal principio, offende il grado di progresso
che vanta il Secol nostro. Infatti, ma ti pare
possa la civiltà moderna, tollerare
che un onesto operaio, esausto dal lavoro,
per viver debba stendere la mano, ed a coloro
che.... Sorella, ma tu ignori
che la dignità umana germoglia in tutti cuori;
e che non potrà mai esservi nè vera civiltà,
nè vera fratellanza, dove la carità
s'adopra ad appagare il dritto delle genti.
So bene, anch'essa giova, ed in certi momenti
evita un male, e reca qualche bene immediato;
ma dobbiam dir per questo che la miseria è fato?
O no, perchè sarebbero un fato, schiavitù,
ignoranza e protervia, ed onestà, e virtù
sarebbero chimere, fole da Poesia.
No, no, foste ingannata; no, no, buona Maria,
l'ideal mio non credere, non è quel del terrore,
ma è un ideale di Pace, di Giustizia, d'Amore

(Alla parola amore Maria trasalisce)
S. Maria
D'amore!!!
Teresa
(incalzando) Sì, d'amore.... (To, si conturba, ahime!
non è più cosa nuova, Suora, l'amor per te)

cambiando tono,
Che vedo! Maria tu hai la guancia inumidita,

a no! tu non sei nata per la sterile vita
del cupo monastero, il tuo cuor generoso
sentì pietà di questo racconto doloroso;
vuol dire che tu hai l'anima gentil pura sincera
che fu delitto, importi il chiostro e la preghiera.
S. Maria
lagrimante
Ma io voglio far del bene ai miei fratelli oppressi

voglio soffrir, combattere, pregar Iddio per essi.
Teresa
Che cari sentimenti! peccato Suor Maria
che ti abbiano lanciata sopra una falsa via!
ma puoi salvarti ancora, tu sei giovin e bella,
fuggi, abbandona il chiostro e la solinga cella.
S. Maria
risentita
Che?!
Teresa
Sì dà retta a me, non è quello il cammino
che Iddio ti ha segnato sul libro del destino,
le tue rosee guancie, le labbra tue gentil
han bisogno dell'alito e del bacio d'April,
è amor fanciulla mia che l'animo t'implora
è amor, ama fanciulla ne sei in tempo ancora.
S. Maria
Amore! sempre amore!!
Teresa
sempre incalzando
Sì amor! ma non sai tu

che dove amor non regna non può regnar virtù?
Non sai che senza amore è la vita una fola?
Ma non sai tu che al mondo si ama una volta sola?
La rosa senza Sole inaridisce e muore;
come muor la fanciulla se non la bacia amore.
Cambiando tono e parlandole canfidenzialmente, cerca di scoprire.
E tu pensasti mai, sorella, a queste cose?
Mai non sognasti il velo, il serto delle spose?
neppure un solo istante, dimmi, fosti assalita
dal desiderio umano di libertà e di vita?
Nel tuo giardino il mirto non ebbe mai un fiore?
Provasti mai l'affanno d'un palpito d'amore?
Quando pregavi assorta ai piedi della croce
nel cor mai non udisti una segreta voce
a domandarti amore?
S. Maria
sforzandosi a negare
(Perdonate Maria!

sarà la prima e l'ultima! ma dico una bugia!)
No mai, buona sorella.
Teresa
Proprio, mai ti comparve
negli angiporti tetri, fra le vaganti larve,
qualche baldo guerriero, qualche figura ardita
a conquiderti l'anima d'una novella vita,
d'amor, di dolci ebbrezze?
S. Maria
quasi vinta
Perdonate Gesù;

ne dico un'altra ancora, poi non ne dico più
ma no sorella no!
Teresa
No? sembra impossibile!
Così giovin e bella, col cuor tanto sensibile....

La prende per mano la conduce in disparte e le parla con molta grazia e confidenza.

Sii schietta, via confidati; terrò il segreto qui

Suor Maria non sa più resistere, si asciuga una lagrima e poi come persona vinta
S. Maria
Ebbene sì sorella, io l'ho sentita, sì,
questa voce nel core, e non te lo nascondo
m'ha inebriata tutta d'amore verecondo.
Anch'io benchè di Dio sposa giurata all'ara,
sognai, vidi, baciai la mia figura cara.
Teresa
sorpresa
Vide, sognò, baciò, o ma dunque non era

una larva soltanto? Forse un santo di cera?
Parla, su via, cos'era? un'ombra o la figura

di qualche san Luigi dipinto sulle mura?
Suor Maria tace

Neppur: si tratta dunque, parlando chiaramente
d'una storia d'amore, di persona vivente?
S. Maria
Sì di storia d'amore; che invano m'affatico
d'obliarne la memoria.
Teresa
con arte
O poverina! e dico

si potrebbe sentire quest'amorosa istoria
di cui tu invano tenti soffocar la memoria?
S. Maria
Non posso!
Teresa
E perchè mai?
S. Maria
perchè comprendi bene....
vi sono certe cose.....
Teresa
Che dirle non conviene
come quell'altro santo.... tra noi due in confidenza.
S. Maria
La conterò in metafora.
Teresa
rassegnata
Ebben sia pur, pazienza!

ma è strana!... questi santi e sante del Signore
han sempre la metafora nei loro atti d'amore
Gran cosa il pudor sacro!... Sentiamo dunque
S. Maria
prende Teresa per mano e la conduce alla ribalta

Ascolta,
e quindi giudicarmi saprai... C'era una volta
una regina
Teresa
Oh, guarda! curiosa questa affè!
costei vi ha la regina; quell'altro aveva il re.

Si ode un suono di campana, Suor Maria s'interrompe
S. Maria
Ecco il segnale.... addio
Teresa
meravigliata
Vai via?
S. Maria
Non l'hai sentita?
La squilla del convento che al sacro altar m'invita.
Teresa
E la storia d'amore interrompi così??
Non ascoltar quel suono, sorella, resta qui.
S. Maria
Non posso son chiamata ad un dover cui sento
d'essere vincolata con sacro giuramento.
Teresa
Che giuramento! Tu ingenua e ancor fanciulla
quando ti vincolasti non conoscevi nulla!
Tu non sapevi allora di trovar sotto il velo
la vita senza palpiti, senza sorrisi il cielo,
Tu non sapevi allora d'essere un dì costretta
a rinunciar la parte di sole che ti spetta,
No, no; tu sei una vittima, t'hanno sacrificata
quand'eri ancor bambina. Pel bene tu sei nata;
dunque resta con me sciogli quel giuramento,
non è fatta per te la vita del convento.
S. Maria
Lasciami.
Maria cerca di svincolarsi, Teresa la trattiene
Teresa
Ma perchè ti vuoi sacrificare
Ti die' la vita Iddio per vivere ed amare
Non più esitar; deh, vieni al mondo ed alla vita.
A pugne ben più nobili il tuo Signor t'invita!
S. Maria
No lasciami, non posso, tu mi perdi, mi danni
Teresa
Sei tu che vuoi ucciderti, folle, nel fior degli anni.
S. Maria
O per pietà mi lascia!

A questo punto si sentono gli operai di dentro che cantano.
Pausa. — Suor Maria dopo aver ascoltato con trasporto

Che söave armonia
Questo canto perchè? perchè quest'allegria?
Teresa
Sono operai festosi che cantan lieti in coro
per la vittoria avuta nel campo del lavoro

vieni a veder
tenta condurla dal balcone, Suor Maria resiste
S. Maria
Non posso, un giuramento il sai
mi chiama, ed io non voglio esser spergiura, mai!
Teresa
Il giuramento tuo tel dissi fu strappato
e puoi esser spergiura senza temer peccato

si ripete il suono di campana
S. Maria
Senti come mi chiama... vengo... Sorella addio.

Maria fa per partire, Teresa la trattiene quasi a forza, quando gli operai cominciano il canto Maria cede ascoltando come trasognata.
Teresa
No, non voglio
S. Maria
Sì lasciami compier il dover mio

dopo aver ascoltato un po' come trasportata dimentica del momento con enfasi esclama:

Come il lor canto è bello! come sono felici!
Teresa
incalzando sempre
Ch'io compiere ti lasci il dover tuo mi dici?

ma il tuo dover più santo, dimmi buona Maria,
il più nobil dovere, vuoi tu saper qual sia?

a questo punto si troveranno tutte due dalla finestra, Teresa la invita col cenno a contemplare gli operai che cantavano.

Gitta pietosa un guardo sul volto a quei pezzenti!
Non scorgi tu l'impronta dei quotidiani stenti?
Guarda come son pallidi quei bimbi scamiciati,
quelle fanciulle mira, coi visini rugati
nel fiore dell'età, sono nostre sorelle,
e come noi sarebbero ardite, fresche e belle
se il faticar soverchio, nell'età prematura,
il viver scarso e gramo, e peggio l'aria impura
della filanda, come filossera alla vite,
non le avesse distrutte, scarnate, inaridite.
Oh, pensa a quelle gracili e care fanciullette!
Non toccano gli ott'anni, eppur sono costrette
dal bisogno di vivere lasciar famiglia e scuola
e andare in tessitura a spingere la spola
e giorno e notte! Oh, pensa a quei vecchi cadenti,
anzi tempo curvati dal peso degli stenti
Essi al lavoro han dato gioventù ed energìa
ed or devon per vivere mendicar sulla via,
Eccoti qua sorella la più santa missione,
la pugna più sublime, la più nobil tenzone:
Redimere quei miseri dal giogo che li opprime,
dalla miseria abbietta.
S. Maria
È un ideal sublime.
Teresa
E poco fa tu stessa parlando degli oppressi
hai detto che volevi lottar, soffrir per essi.
Dunque resta con me, noi getteremo il guanto
ai tristi che calunniano quest'ideale santo.
Sorelle indivisibili, unite in una speme,
nessun ci saprà vincere se lotteremo assieme.
S. Maria
Sì sì combatterò per questa redenzione,
ma senza esser spergiura alla mia religione
combatterò, tel giuro, con fede e con virtù
per questa santa causa per cui combatti tu.
Andrò nel gran palazzo, supplicherò il gaudente
perchè rispetti i dritti della povera gente,
andrò nelle capanne degli umili e dei servi
li spingerò a difendersi dal giogo dei protervi,
ma ora lascia ch'io parta
Teresa
trattenendola sempre
No.
S. Maria
resiste meno
Ma dunque crudele

vuoi rendermi spergiura, vuoi rendermi infedele?!

Benedetto di dentro chiamando
Bened.
Teresa! Teresina! dove diavolo sei?
S. Maria
Oh, miserere domine! oh, miserere mei!
con grido di gioia e spavento cade sulla poltrona
Teresa
Che c'è?
S. Maria
Piangente e ridente
Ma quella voce io la conosco, o Dio!
Teresa
È mio fratel che torna
S. Maria
con forza
Ma quello è l'amor mio!!
Teresa
Che! mio fratello?....
sorpresa
S. Maria
Teresa
con allegrezza
Adesso s'indovina

la storia metaforica del re e della regina.
S. Maria
Piangente
Sorella sono vinta sono una peccatrice
Teresa
Folle che sei, consolati. Ora che sei felice,
ora che hai ritrovato l'oggetto del tuo cuore,
tu parli di peccato e piangi di dolore?
Su via, fa cor; rallegrati! Amar non è peccato:
amor s'impone a tutti, e più che legge è fato.
Dai falsi pregiudizi la mente tua smantella
vivrai con noi felice sposa, amica, sorella.
S Maria
Sì sì voglio restare con te tutta la vita.
Teresa
Coraggio ecco che viene.
S. Maria
Vergin del ciel m'aita!


SCENA XII.


Guido, Benedetto e dette.

Bened.
Ah, sorella, che festa, che sincera allegria!
S. Maria
(gettandoglisi fra le braccia)
Oh, Benedetto mio!
Bened.
(sorpreso)
Che vedo Tu Maria,

tu qui, ma come mai? Qual fortunato evento
ti ricondusse a me?
Teresa
a Guido
Guarda com'è contento!
S. Maria
Dev'essere il destino. Ero sol di passaggio;
ma Don Pasquale, il vecchio curato del villaggio
volle fermarmi qui, non mi lasciò partire.
Bened.
Ed a qual scopo?
S. Maria
Oh, come? non sai? per convertire
tua sorella!
Bened.
Davvero? e come sei riuscita?
S. Maria
Venni per convertire ma ahime! fui convertita,
su me vinse il sincero linguaggio dell'amore,
di te sono la sposa e non più del Signore.
Sono decisa, sì; voglio deporre il velo;
voglio goder la vita; voglio più bello il cielo.
Bened.
Io pur, buona Maria, son libero di me
e spoglierò quest'abito per vivere con te,
al par di te vo' anch'io, come te cara, anelo
goder la vita, e libero levar lo sguardo al Cielo.
Teresa
(a Guido) Già, la storia in metafora, del re, e della regina....
Son dessi, uno l'eroe e l'altra l'eroïna,
Guido
Chi mai potea supporre

a Benedetto scherzando
Compagno Benedetto,

è questa la regina del vostro romanzetto?
Bened.
Precisamente lei.
S. Maria
con finta vergogna
Teresa, mia sorella....
si accosta a Teresa
Teresa
È il mio sposo che scherza
Guido
Voi dunque siete quella
che ricevette, il bacio... voi così santa e pia....
È stato un sacrilegio, un gran peccato....
Teresa
indicando a Benedetto Suor Maria che sta a capo chino

vergognosa
Eh, via....
Bened.
È ver, ma del suo fallo chiese perdono a Dio
Guido
Ed ei l'ha perdonata?
Bened.
Ma!
Del resto, dico io,
per esser come prima, pura senza peccato,
non ha che a restituirmi il bacio che le ho dato.

Benedetto e Maria si guardano amorosamente e poi si gettano uno nelle braccia dell'altra.
S. Maria
Benedetto!!
Bened.
Maria!!


SCENA ULTIMA


Paolo e Don Pasquale entrano nel punto che Benedetto e Maria abbracciati si scambiano il bacio.

D. Pasq.
Gran Dio che scena è questa?!
Io rimango di stucco!
Paolo
Ed io perdo la testa!
D. Pasq.
Suora, il vostro contegno assai mi meraviglia,
Vi chieggo spiegazioni, (a Paolo) voi pure a vostra figlia,
S. Maria
Padre voi pur sapete che non si muove foglia,
che nulla avviene al mondo senza che Dio lo voglia
Paolo
Come sarebbe a dire
S. Maria
Che il fatto qui avvenuto
fu Iddio che l'ha permesso, fu Iddio che l'ha voluto,
Santi voleri i suoi;
Paolo
Ma Iddio non v'avrà detto
d'abbracciare in quel modo mio figlio Benedetto.
Teresa
Via, babbo tranquilizzati, non c'è niente di male
si amavano, e si trovano in grazia a Don Pasquale.
Paolo
E come? tu ami lei?
Bened.
Quanto si puote amare!
Paolo
Ed ecco un'altra cosa che mi fa strabiliare.
Ma come hai fatto, in vero io concepir non sò,
amare Suor Maria, e quanto amar si può,
in men di un quarto d'ora, così in dieci minuti.
Bened.
Oh! noi ben prima d'ora ci siamo conosciuti!
Paolo
Ma come e dove?
Bened.
A Napoli ov'io m'ero recato
quando il dover mi spinse fuor dell'educandato,
in aiuto dei miseri, là essa più che sorella,
pei poveri ammalati era una santa ancella,
in ogni evento, sempre, per tutti essa ci fu
esempio di coraggio, modello di virtù,
Paolo
E là fra la sventura i pianti ed il dolore....
Bened.
I nostri cuor s'accesero del più sublime amore
E se lei non trovavo, babbo, avevo giurato,
di togliermi la vita, morire avvelenato.
S. Maria
Io pure non trovandoti avevo già deciso
di andarti ad aspettare fra i santi in Paradiso,
poichè senza di te era per me la vita
un peso insopportabile, una lotta infinita.
Teresa
Sia dunque ringraziato il nostro buon curato
che per salvarvi entrambi a tempo vi ha pensato
D. Pasq.
Ma questo è un vero scandalo! Signor, mi meraviglia
che mi lasciate offendere così da vostra figlia,
Paolo
Vorrei buon reverendo vedervi nel mio stato.
Volete che si uccida, che muoia avvelenato?
Ha detto a meraviglia poc'anzi Suor Maria;
fu Iddio che così volle e dunque così sia.
E da buoni cristiani dovremmo anche noi due
piegarci riverenti dinanzi all'opre sue.
Teresa
Sicuro e voi che siete ministro del Signore
dovreste benedire queste nozze d'amore.
D. Pasq.
Io?
Paolo
D. Pasq.
Se fossi matto! Sancir tal matrimonio?
Io son servo di Dio e non già del demonio;
e voi Signor, pensate che siete un uom dannato
se vi rendete complice di un sì grande peccato.
Paolo
Se il diavolo mi vuole, venga pure e mi pigli;
pur ch'io vegga felici questi miei cari figli.
D. Pasq.
La mia benedizione però voi non l'avrete;
quindi fra liti e pianti infelici vivrete.
Teresa
Tenetevela pure, ben poco importa a noi
della benedizione d'un uomo come voi.
La nostra unione è santa e ha tutte le virtù,
per esser più che certi che non s'infrange più,
a te babbo, coraggio, a te solo l'onore,
giacchè tu sol sei degno, benedici l'amore
nostro puro sincero.

Le due coppie s'inginocchiano, uno a destra, l'altra a sinistra del Signor Paolo il quale guarda Don Pasquale e sorride come per mostrarsi contento di vedersi in mezzo ai suoi figli, Don Pasquale fa un gesto di rabbia e parte, Paolo con atto solenne posa la mano sul capo delle due coppie e dice
Paolo
È vostra la vittoria.
È vostro il vanto, il merito, e vostra sia la gloria
sono il perdente, e devo pagare la partita.
La posta era, lo so, amore, pace e vita.
Vi benedico, sposi, e coll'avito onore
nel mare della vita sempre vi guidi amore.


Cala la tela.


 

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