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giovedì 17 marzo 2011

Eneide


LIBRO SETTIMO

Tu pure a' lidi nostri eterna fama,
o nutrice d'Enea, desti morendo,
Gaeta: l'onor tuo tien quella spiaggia
ancora, e l'ossa, se v'è gloria in questo,
segnano un nome ne la grande Esperia.
Ma il pio Enea, fatte le giuste esequie
ed innalzato il tumulo, che l'onda
posava, apre le vele e lascia il porto.
Spirano l'aure al veleggiar notturno,
bianca la luna lo seconda, e splende
sotto il tremolo lume la marina.
Radono prima il litoral circeo,
ove del Sol la ricca figlia i boschi
inaccessi sonar fa de l'assiduo
canto ed accende a rischiarar la notte
ne le stanze superbe l'odoroso
cedro, mentr'ella le sottili tele
col risonante pettine percorre.
Indi un iroso fremer di leoni
ribelli a' ceppi e tra 'l buio ruggenti
de l'alta notte, un furïar ne' chiusi
di setolosi porci e d'orsi, e lungo
di spaventosi lupi un ululare:
cui da l'aspetto d'uomini la dea
Circe crudele co' possenti succhi
in ceffi e terghi tramutò di belve.
Perché non offendesse i pii Troiani
simil portento ivi approdando, ed essi
non toccasser la rea terra, Nettuno
le vele empí d'amico vento e lievi
oltre le addusse i ribollenti guadi.
E già s'imporporava il mar di raggi
e da l'alto fulgea bionda l'Aurora
su la biga di rose, allor che l'aure
posarono ed ogni alito ad un tratto
diè giú, stentando in lento marmo i remi.
Ed ecco Enea dal mare un'ampia selva
discerne. Ameno in mezzo a quella il Tebro
biondo di sabbia co' rapaci gorghi
in mar prorompe. Molti intorno e sopra
uccelli, usi del fiume al greto e al letto,
l'aer di canti e i rami empiean di voli.
Egli comanda a' suoi di piegar via
e a la terra voltar le prore, e lieto
entra nel fiume sotto il verde rezzo.
Orsú ch'io narri de l'antico Lazio
i regi, Èrato, i tempi ed il suo stato,
come prima l'esercito straniero
approdò con la flotta a' lidi ausonii
e quel primo richiami ardor di guerra.
Tu, dea, tu ispira il vate. Orride guerre
dirò, dirò le schiere e gli animati
principi a strage e la falange etrusca
e tutta accolta sotto l'armi Esperia.
Maggior di cose un ordine mi nasce,
maggiore opera avvio.
Placide in lunga
pace le terre e le città reggea
grave omai d'anni il re Latino. Nato
lui di Fauno sappiamo e di Marica
laurente ninfa; Pico a Fauno padre,
ed ei te vanta genitor, Saturno;
l'ultimo autor tu de la gente sei.
Per divin fato non avea Latino
prole virile, in sul primo fiorire
mancatagli. Restava a sí gran casa
sola una figlia, già matura a nozze,
in piena età di sposa. Molti a lei
dal gran Lazio aspiravano e da tutta
l'Ausonia: ma davanti a tutti gli altri
il bellissimo Turno, illustre d'avi;
e lui genero farsi la regina
sollecitava con ardente amore.
Ma contro è il ciel con paurosi segni.
Era nel mezzo a l'alta reggia un lauro,
di santa fronda, e molti anni con tema
serbato, cui dicean Latino padre
aver trovato e sacro a Febo, in porre
fondamento a la rocca, e aver da quello
dato agli abitator nome Laurenti.
La vetta de l'alloro, oh meraviglia!,
per il sereno stridule giungendo
cinsero l'api e, i piè tra lor connessi,
lo sciame si fe' grappolo ad un ramo.
Subito l'indovino «Uno straniero,
grida, vediam venir, da quelle parti
a questa parte, e dominar la rocca».
Inoltre, in quella che con pure faci
ravviva l'are e al genitor da canto
sta la vergin Lavinia, ecco, ella parve
a' lunghi crini, orror!, prendersi fuoco,
e bruciar crepitando ogni ornamento,
accesa le regali chiome, accesa
la corona di perle prezïosa;
poi fumigante e avvolta in fulva luce
sparger l'incendio per la reggia tutta.
Ciò valse a gran miracolo e terrore,
come presagio che verrebbe insigne
e di fama e di fati essa, ma grande
apparecchiava al popolo una guerra.
Mosso a' portenti il re cerca e consulta
di Fauno genitor profeta i detti
e i selvosi recinti sotto l'alta
Albúnea, che ne' boschi piú risuona
con la sua sacra fonte e intorno spira
tutta ombrosa mefitici vapori.
Di qui l'Itale genti e tutta Enotria
ne le dubbiezze lor chiedon responsi;
qui poi che addusse offerte il sacerdote
e su le pelli de l'uccise agnelle
per la notte silente si distese
desïando dormir, mirabilmente
a torme vede vagolar fantasmi
e varie voci ascolta e del colloquio
degli Dei gode e volge la parola
a l'Acheronte del profondo Averno.
E quivi allor esso Latino padre
cento per un responso offria di rito
lanigere bidenti e si giacea
su' velli de le lor terga. Ad un tratto
dal cuor del bosco voce gli rispose:
«Non voler la figliuola ad uom latino
sposare, o mia progenie, e non fidarti
a' talami di qui: da fuor verranno
generi, che per nozze il nostro nome
portino in cielo, e di tal ceppo scesi
i nepoti, per quanto stende il corso
tra i due Oceani il Sol, sotto i lor piedi
tutto volgersi e reggersi vedranno».
Questo responso ammonitor che il padre
Fauno gli diè per la silente notte
segreto in sé no 'l chiude esso Latino,
ma intorno intorno la volante Fama
per l'ausonie città l'avea diffuso,
quando la gente laömedontèa
al verde littoral legò sue navi.
Enea co' primi duci e il vago Giulo
postisi sotto un verde albero grande
dan mano a le vivande, a cui su l'erba
sottopongon focacce di frumento
(Giove ciò suggeriva) ed hanno colmo
il desco cereal di frutti agresti.
Or quando, consumate l'altre cose,
li fece la penuria del mangiare
volgere a la sottil cerere i denti
e con la mano e le mascelle audaci
il rotondo spezzar pane fatale
e non ne risparmiare i larghi quarti,
«Oh! mangiam fin le mense» esclama Giulo
scherzando, e nulla piú. Quella parola
fu la fin de' travagli; in su le labbra
il padre glie la colse e nel suo cuore,
tutto compreso de l'iddio, la chiuse.
«Oh! Salve, a me predestinata terra,
subito esclama, e voi fidi salvete
o Penati di Troia: è qui la casa,
questa è la patria. Or lo rammento: il padre
Anchise mi lasciò tal detto arcano:
– Quando te, figlio, a ignoto suol portato
la fame sforzerà, senza piú cibi,
a divorar le mense, allora spera
ivi stanco le case, ivi pon mano
a fabbricare ed a guernir la cerchia –.
Questa era quella fame; era l'estremo
che terminasse i nostri danni.
Alacri dunque col novello sole,
per varie vie dal porto, investighiamo
quali i luoghi e la gente, ove le mura.
Or libate le tazze a Giove, il padre
Anchise supplichevoli invocate,
e riponete su le mense il vino».
Detto ch'egli ebbe, d'un frondente ramo
si corona le tempie e prega il genio
del luogo e, prima tra gli Dei, la Terra,
le Ninfe, i fiumi non per anche noti,
poi la Notte e i suoi segni omai nascenti,
e l'idèo Giove in ordine e la Frigia
madre invoca ed entrambi i genitori
suoi nel Cielo e ne l'Erebo. Tre volte
allora il Padre onnipotente chiaro
tuonò da l'alto e fe' vedere un nimbo
scosso per l'aria di sua mano acceso
tutto di raggi luminosi e d'oro.
La voce va per le troiane schiere
che venne il giorno di fondar le mura
destinate. Gareggiano a riporre
le mense e lieti de l'eccelso augurio
collocano e coronano le tazze.
Quando l'altra mattina illuminava
del primo sole il mondo, in varie parti
a esplorar vanno la città, il paese,
il popolo: quest'è il ruscel Numíco
e quello il fiume Tevere, qui stanza
hanno i forti Latini. Allora il figlio
d'Anchise, da ciascun ordine scelti
cento oratori, a la città regale
li manda ad offerir, tutti de' rami
di Pallade velati, al re presenti
e per i Teucri chiedere alleanza.
Senza indugio si partono al suo cenno
e camminano rapidi. Esso in terra
segna un solco di mura, e fonda e innalza,
ed a le prime fabbriche sul lido,
come ad un campo, merli e vallo cinge.
Già, percorsa la via, quelli scorgevano
alte le torri de' Latini e i tetti
e a le mura appressavano – là fuori
fanciulli e gioventú nel primo fiore
s'addestrano a domar cavalli e carri
nel campo, tendon con le braccia i forti
archi e vibran le flessili saette,
gareggiando nel correre e nel colpo –,
quando a cavallo un messagger precorre
a riportare al vecchio re l'arrivo
d'uomini in veste sconosciuta grandi.
Egli comanda entro le soglie addurli
e in mezzo si sedé sul trono avito.
Sopra cento colonne augusto ed ampio
sorse, già reggia del laurente Pico,
a sommo la città cinto il palagio
di selva e de la sacra ombra degli avi.
Quivi assumer lo scettro e alzare i fasci
inizio era de' re, fu quel recinto
la loro curia, qui la sede a' sacri
banchetti, ove, l'aríete immolato,
solean sedersi a lunghe mense i padri.
V'erano ancor d'antico cedro sculti
in ordine i prischi avi, in piè ne l'atrio,
Italo e Sabin padre, de la vigna
cultor, che anco in figura ha la sua ronca,
Saturno vecchio ed il bifronte Giano,
e gli altri originari re che in guerra
per la patria soffersero ferite.
Molte inoltre pendeano armi da' sacri
stipiti, cocchi in campo presi ed azze,
pennacchi d'elmi, ben sbarrate porte,
e frecce e scudi e rostri svelti a navi.
Esso, col quirinal lituo, di breve
tràbëa mantellato, e con l'ancíle
ne la sinistra, si sedeva Pico,
domator di cavalli. Lui la sposa
arsa di voglia Circe con la verga
d'oro percosse e il tramutò con l'erbe,
uccello il fe' di colorite piume.
Nel cuor di tale degli Dei recinto
Latino assiso e nel paterno seggio
chiama i Troiani entro le soglie e a loro
cosí si volge con benigno labbro:
«Dardani, dite (già non siamo ignari
de la città né de la stirpe e udimmo
del vostro navigar), che domandate?
Qual cagion, qual bisogno al lido ausonio
portò per tanto azzurro i vostri legni?
Se per error di via, se per burrasche,
soliti casi a chi veleggia in alto,
entraste il fiume e vi posate in porto,
vi piaccia esser qui ospiti e i Latini
conoscere, la gente di Saturno,
non per leggi ma giusta per amore,
e fida a l'uso de l'antico iddio.
Oh! mi rammento (oscuran gli anni il fatto)
narrar cosí gli Aurunci vecchi: nato
in questa terra Dardano si spinse
insino a le città frigie de l'Ida
ed a la tracia Samo, or Samotracia.
Di qui partito, da l'etrusca sede
di Còrito, ora lui l'aurata reggia
accoglie e bea de lo stellato cielo
e sugli altari un nume a' numi aggiunge».
Aveva detto; Ilïoneo rispose:
«O re, di Fauno egregia stirpe, avverso
nembo per mar non ci sospinse a' vostri
lidi né stella ci sviò né sponda:
pensier, desio tutti ci porta a questa
città, da un regno espulsi onde il piú grande
già non si offriva a l'orïente sole.
Da Giove è il ceppo, lui progenitore
vantano i Dardani, ed il re, che anch'esso
da la schiatta suprema esce di Giove,
Enea troiano a' lari tuoi ne invia.
Quanta tempesta la crudel Micene
rovesciasse a infierir ne' campi idèi,
per che fati cozzassero i due mondi
d'Europa e d'Asia insiem, il sa fin quegli
cui sul cerchiante Oceano la terra
ultima apparta o a l'altre quattro in mezzo
la plaga tiene del soverchio sole.
Tratti da tal diluvio a tanto mare,
una piccola sede agli Dei patrii
imploriamo ed un lido senza danno
con libera per tutti e l'acqua e l'aria.
Disdoro al regno non sarem, né poco
avrete onor, né breve del gran fatto
riconoscenza; mai dolersi Ausonia
dovrà che accolse Troia in grembo: il giuro
per i fati d'Enea, per la sua destra
luminosa di fede e di prodezza.
Molti popoli già, molte noi genti
(non ispregiarne, se rechiam spontanei
bende tra mano e supplici parole)
chiedean, voleano unire a sé; ma noi
spinse a cercar le vostre terre il cielo.
Di qui Dardano nacque e qui ritorna;
e col cenno sovrano Apollo il preme
verso il tirreno Tevere e la sacra
sorgente del Numíco. Inoltre queste
poche reliquie del primiero stato
t'offre, sottratte da l'ardente Troia.
In quest'oro libava il padre Anchise
a l'are; la real pompa di Priamo
questa era, quando a' popoli adunati
dava legge, e lo scettro e la tïara
ed opra de le Ilíadi il manto».
Tra questo dir d'Ilïoneo, Latino
tien fisso il volto immobilmente al suolo
gl'intenti occhi girando, e non lo tocca
la ricamata porpora e lo scettro
cosí di Priamo, come il fa pensoso
la sorte marital de la figliuola;
e medita in suo cuor del vecchio Fauno
i presagi: questo essere il promesso
dai fati, di stranier suolo partito,
genero e al regno con eguali auspíci
chiamato; a questo nascitura prole
esser concessa, di valore egregia,
che si assoggetti vigorosa il mondo.
Lieto prorompe al fin: «Compian gli Dei
la vostra impresa ed i responsi loro:
avrai, Troiano, quel che brami. E i doni
ho in pregio. Non a voi, Latin regnante,
l'ubertà de la florida campagna
né l'opulenza mancherà di Troia.
Sol ch'esso Enea, se ha tal desío di noi,
se ospite nostro e socio esser gli tarda,
venga né sfugga la presenza amica;
segno avrò d'amistà toccar sua destra.
Or voi tornate al re co' miei mandati.
Una figliuola ho io, che ad uom di nostra
gente sposare non consenton voci
fuor dal paterno santuario uscite
e portenti moltissimi dal cielo.
Di suol straniero generi verranno
– tanto predicono aspettarsi al Lazio –,
per il cui sangue il nostro nome agli astri
voli. Or questo l'atteso esser de' fati
penso e, se vero il cuor favella, bramo».
Sí dice il padre, e tra i cavalli sceglie:
splendidi eretti stavano trecento
ne' gran presepi: per ciascun de' Teucri
súbito vuol si adducano i corsieri
di porpora guerniti e di ricami;
aurei collari pendono sui petti;
coperti d'oro, e fulgid'oro in bocca
mordono; e per Enea ch'è lungi un cocchio
e d'eterëo sangue una pariglia
che soffia fuoco da le nari, scesi
di quella razza che, di furto al padre,
spuria si procurò la scaltra Circe
sottoponendo una mortal polledra.
Con tali doni e detti di Latino
fanno ritorno eccelsi su' cavalli
gli Eneadi e con pacifico messaggio.
Ed ecco da l'inachia Argo tornando
l'aspra Donna di Giove il ciel col carro
teneva, e lieto Enea, lieta la flotta
de' Dardani per l'etere lontano
distinse fin dal siculo Pachino.
Già case edificare, assicurarsi
fuor de le navi già li vede a terra;
e s'arrestò trafitta di dolore.
Poi prorompe cosí scotendo il capo:
«Razza odïosa! e a' fati miei contrario
fato de' Frigi! Del Sigeo ne' campi
caddero? o presi fur quando fur presi?
o Troia in fiamme seco li consunse?
Per mezzo de' nemici e degl'incendi
trovarono la via. Certo il mio nume
stanco d'odio si giace ed io posai
ben soddisfatta! Anzi implacata volli
seguitarli per l'onde anche in esiglio
e i fuggiaschi sfidar per tutte l'acque.
Vane le forze in lor del ciel, del mare.
Le Sirti o Scilla che mi valse e il gorgo
di Cariddi? Entro al desïato letto
già del Tebro s'acquattano, incuranti
del pelago e di me.
Ben poté Marte
de' Làpiti stremar la gente fiera,
esso il Dio padre di Diana a l'ire
concesse la vetusta Calidone;
qual tanto orrore i Làpiti mertando
o Calidone? Ma di Giove io l'alta
consorte, che già nulla d'intentato
seppi lasciar, ch'ebbi ricorso a tutto,
sono vinta da Enea.
Che se il mio nume
assai grande non è, senza esitare
implorerò qual sia dovunque nume:
se il Ciel non posso, moverò l'Inferno.
Non sarà dato, e sia, dal latin regno
respingerlo, e gli è fissa per destino
Lavinia moglie: ma protrarre in lente
dimore ben si può sí grandi eventi,
ma ben si può de' due re logorare
i popoli. A cotal prezzo de' suoi
siano genero e suocero congiunti.
Sangue troiano e rutulo per dote,
vergine, avrai, e a pronuba Bellona.
Non, d'una face la Cisseide incinta,
partorí sola fiamme nuzïali:
tale è il suo nato a Venere, novello
Paride anch'esso e nova infausta teda
al rinascente Pergamo».
Ciò detto,
terribile calò verso la terra.
Da la dimora de le crude iddie
tenebrosa d'Averno Alletto chiama
contristante, che l'aspre guerre ha care,
l'ire, l'insidie e le nocenti accuse.
Fin Pluto padre l'odia, odiano il mostro
le tartaree sorelle: in tante ree
forme si cangia, tanti in suo squallore
porta serpenti. Or a costei Giunone
aggiunge sprone di parole tali:
«O vergin figlia de la Notte, dona
una fatica a me, sí che non cada
il nome e l'onor mio, né per connubii
possan gli Eneadi circuir Latino
né si usurpare italo suol. Tu puoi
unanimi fratelli armare in guerra,
e le case turbar d'astio; flagelli
a' tetti e faci funebri avventare;
hai mille nomi, mille arti a rovina.
Scuoti il fecondo sen: la pattuita
rompi amistà, cause di guerra intreccia;
arme la gioventú gridi e le afferri».
De' gorgònei veleni Alletto pregna
al Lazio prima e a l'alte case è volta
del sir laurente e invade le silenti
soglie d'Amata, che il venir de' Teucri
e gl'imenei di Turno agitano, arsa
di femminile affanno e di rancore.
Da' cerulei capelli a lei la dea
un angue scocca per il seno al cuore,
onde la casa ella in furor sconvolga.
Quel tra le vesti e i molli seni lieve
guizza e non tocca, e inavvertito infonde
il viperino spirito a la folle.
Al collo le si fa monile d'oro
il gran serpe, si fa prolissa benda
e lega il crine e per le membra scorre.
Mentre il primo contagio insinuato
del viscido veleno i sensi tenta
e reca a l'ossa l'ardor suo, ma tutta
non anche in petto divampò la fiamma,
ella parlò rimessa e come donna
con molto lagrimar sopra il connubio
frigio de la figliuola. «E si dà sposa
agli esuli Troiani, o re, Lavinia?
né pietà de la figlia e di te stesso,
né de la madre hai tu, che al primo vento
qui lascierà quel perfido ladrone
prendendo il mar con la fanciulla? A Sparta
non entra in questo modo il pastor frigio
ed Elena ledèa portasi a Troia?
Ove la pia tua fede? ov'è l'antica
cura de' tuoi? a che fu tante volte
data tua destra al consanguineo Turno?
Se un genero a' Latini si richiede
straniero, e questo hai fermo e t'urge il cenno
di Fauno padre, qual città non serve,
libera, a' nostri scettri, io quella estimo
straniera e che cosí dican gli Dei.
Anche Turno, chi cerchi la radice
prima, fu nato da' progenitori
Inaco e Acrisio in grembo di Micene».
Come con tali detti invan tentando
vede Latino immobile, e il serpente
furïal penetrato a le midolle
tutta omai la possiede, oh! l'infelice
allor, a orrende visïoni in preda,
per l'immensa città corre invasata.
Qual va sotto a la sferza la fugace
trottola, cui pe' vuoti atrî in gran giro
volonterosi cacciano i fanciulli,
via la trottola va sotto a la sferza
in curve scorse; i giovinetti visi
le pendon sopra curïosi, il bosso
ammirando volubile, e la frusta
ne ravviva il vigor: impetuosa
non men per mezzo le città è rapita
e i popoli feroci. Indi a le selve
fuor, somigliando una baccante invasa,
a piú d'eccesso tratta e di follia,
vola, e la figlia tra i frondosi monti
cela, per impedir, per indugiare
il talamo e le tede a' Teucri. Freme:
«Evoé, Bacco!», solo te gridando
de la vergine degno, e per te quella
stringere i molli tirsi, a te danzare
in coro, sacre a te pascer le chiome.
La fama vola, e di furore accese
eguale ardor tutte le madri spinge
a nova stanza: lasciano le case;
dànno le chiome su le spalle al vento,
empiono altre di tremuli ululati
l'aria, cinte di pelli, in man le verghe
pampinose. Essa in mezzo a tutte ardente
regge un brancon di pino in fiamme e canta
di Lavinia e di Turno l'imeneo,
sguardando con sanguigni occhi, e ad un tratto
rauca prorompe: «Udite olà, dovunque,
madri latine; se nel cuor vi resta
affetto pio de l'infelice Amata,
se amor vi punge del materno dritto,
sciogliete al crin le bende, e con me fate
l'orgia». Cosí via per le selve e gli ermi
luoghi ferini Alletto la regina
con gli stimoli bacchici travolge.
Poi che le parve il furor primo assai
aver desto ed il senno sovvertito
e di Latin tutta la casa, tosto
indi la triste dea su l'ali fosche
va de l'audace Rutulo a le mura,
città ch'è fama Danäe fondasse
per acrisïonèi coloni, addotta
da impetüoso Noto. Àrdea fu detto
il luogo un dí dagli avi, ed Àrdea serba
ora il gran nome, ma la sua fortuna
fu. Ne la reggia per la nera notte
allor Turno posava a mezzo il sonno.
Spogliasi Alletto l'orror suo di Furia
e in sembianze senili si trasforma;
solca di rughe la rea fronte, e assume
una canizie con la benda e il ramo
d'olivo; divien Càlibe, l'annosa
sacerdotessa al tempio di Giunone,
ed apparisce al giovine dicendo:
«Turno, tante fatiche sparse al vento
sopporterai, e che il tuo scettro sia
trasferito ne' Dardani coloni?
Le nozze il re, la dote a sangue compra
ti nega; stranio successor si chiede.
Or va, t'offri, deriso, a steril rischio;
va, vinci le falangi etrusche, e copri
de la pace i Latini. Essa ciò dirti
chiaro, che in sonno placido giacevi,
m'ingiunse la Saturnia onnipotente.
Fiero comanda or tu s'armino i prodi
e prorompano a guerra, e i frigi duci,
che son posati lungo il fiume bello,
e le dipinte chiglie incendia. Il vuole
la forza grande de' Celesti. Ed esso
il re Latino, dove non prometta
di conceder le nozze e stare al detto,
impari e al fine assaggi in campo Turno».
A la sua volta, cosí, deridendo
la profetessa, il giovine ripiglia:
«Che una flotta le foci entrò del Tebro,
non m'è, come tu pensi, annunzio novo.
Non crearmi spaventi: e la dia Giuno
ha memoria di noi.
Ma la vecchiezza squallida e insensata
te di vani pensieri, o madre, affanna
e tra l'armi de' re con falsa tema
te vate illude. È cura tua guardare
le statue sacre e il tempio; in man de' prodi
stian guerra e pace, ché la guerra è loro».
A tali detti Alletto arse in furore;
e al giovine tra 'l dir prese improvviso
tremito i membri e si sbarraron gli occhi,
di tante serpi sibila l'Erinni,
e tal si manifesta in sua figura.
Poi con fiammanti obliqui sguardi lui
cosí perplesso e che volea piú dire
respinse, due rizzò serpi sul crine,
squassò il flagello e fremebonda aggiunse:
«La squallida son io che l'insensata
vecchiezza tra l'armi de' re di falsa
tema illude. Qui guarda: da la casa
de le crude sorelle io vengo, e in mano
ho guerra e morte».
Scagliò, ciò detto, al giovine una face
e in cuor gli fisse la fumosa fiamma.
Rompe il suo sonno gran timor, profuso
gli va sudor per l'ossa e la persona.
Armi freme furente, armi ricerca
presso il letto e per casa; si disfrena
l'amor del ferro e la demenza atroce
de la guerra, insiem l'ira: cosí quando
con romoroso strepito s'accosta
vampa di stecchi al gorgogliante rame
e sussultano l'acque, entro è un furore
fumante e sopra un ridondar di spume,
né l'umor si contien; vapora e vola.
Dunque, la pace perturbata, ei manda
i precipui de' prodi al re Latino
volendo l'armi apparecchiarsi, Italia
difendere, il nemico ricacciarne:
lui a' Teucri venir buono e a' Latini.
Poi che sí disse ed invocò gli Dei
a' voti suoi, s'esortano a vicenda
i Rutuli a la guerra, insiem commossi
da quel fulgor di giovenil bellezza,
dagli avi re, dal ben provato braccio.
Mentre i Rutuli Turno empie d'ardire,
lo stigio vol dirizza Alletto a' Teucri.
Spiato il luogo con malizia nova
dove sul lido il vago Giulo in caccia
le fiere urgea, la vergin di Cocito
súbita bramosia mette a le cagne
recando loro al fiuto un noto odore,
che d'un cervo balzassero su l'orme;
prima cagion che fu de l'aspre pugne
ed a guerra infiammò gli animi agresti.
Bellissimo era e di gran corna un cervo,
cui di Tirro i figliuoli avean rapito
da la poppa materna e il nutrian essi
e Tirro pur, ch'è degli armenti regi
e di largo terren capo e custode.
Mansüefatto Silvia la sorella
con ogni cura ornavalo tessendo
a le corna ghirlande e il pettinava
e lavava a la limpida sorgente.
Quello, dolce a la mano e de' padroni
uso a la mensa, errava per le selve,
poi da sé stesso a la sua nota casa,
quantunque a tarda notte, ritornava.
Lui lungi errante le agognanti cagne
di Giulo impaurirono, nel mentre
che giú fluía secondo la corrente
a temperar sul verde greto il caldo.
Desso Ascanio, allettato a sí bel colpo,
gli dirizzò dal curvo arco uno strale;
né il dio non l'assisté, sí che fallisse,
ma sibilando la saetta venne
per il ventre a passarlo e per i fianchi.
Ferito rifuggí dentro il recinto
il silvestro ed entrò gemendo al chiuso,
e sanguinando tutte di lamento
le case riempía com'un che implora.
Prima Silvia sorella, percotendo
a le braccia le palme, aiuto chiede
ed alto chiama i duri agricoltori.
Quelli (ché la pestifera nemica
cova ne' boschi) accorrono improvvisi;
chi d'uno spiedo armato arso a la cima,
chi di mazza nodosa; arme fa l'ira
di ciò che ognun nel primo impeto afferra.
Tirro le torme aduna, come in quattro
una quercia co' cunei allor spaccava,
con piglio atroce la bipenne alzando.
La fiera dea, da le vedette il tempo
al nuocer còlto, in vetta a le capanne
balzata, dal comignolo piú alto
squilla il segnale pastoral, nel curvo
corno sforzando la tartarea voce;
onde tosto tremò quant'era il bosco
e le valli echeggiarono dal fondo:
udí lontan di Trivia il lago, bianca
la Nera udí de la sulfurea vena
e i fonti del Velino, e paurose
strinsero al seno i pargoli le madri.
Pronti a la voce allor, dovunque il fiero
a segno squillò, concorrono i rubesti
agricoli con l'armi d'ogni parte;
e la troiana gioventú non meno
vien d'aiuto ad Ascanio in campo aperto.
Steser le file. Non agreste mischia
è piú di baston duri e pali aguzzi:
col bitagliente ferro è la tenzone,
e atra e ampia e ispida la mèsse
de le spade; rifulgono i metalli
dal sol percossi e sprizzan lampi in aria:
cosí quando a imbiancar principia il mare,
a poco a poco si solleva e ondeggia,
e sconvolgesi poi dal fondo al cielo.
Qui su la prima schiera Almone, il figlio
maggior di Tirro, di stridente dardo
cade; lo colse la ferita in gola
e col sangue gli chiuse de la voce
l'umida strada ed il sottil respiro.
Molti intorno con lui caddero, e il vecchio
Galéso, mentre s'offre a trattar pace,
giusto che fu per eccellenza e un tempo
ricchissimo d'ausonie terre; cinque
gli ritornavan greggi e cinque armenti,
e lavorava il suo con cento aratri.
Mentre ne' campi la battaglia pende,
la dea che piena ha sua promessa, intrisa
già di sangue la guerra e cosí strette
le uccisïoni de la prima pugna,
lascia l'Esperia e su per l'aure volta
dice con grido di trionfo a Giuno:
«Eccoti scatenata una discordia
a guerra grande: or di' che in amicizia
si leghino e patteggino alleanze,
poi che bagnai d'ausonio sangue i Teucri.
Altro farò se il tuo voler m'è chiaro:
trarrò nel foco le città vicine
co' parlari, attizzando il folle amore
di Marte; spargerò l'armi per l'agro».
Ma Giuno a lei: «Già di spaventi e inganni
è assai. Di guerra le cagioni stanno:
e si combatte da vicin con l'armi:
un caso le forní, le intrise il sangue.
Cosí fatti festeggino sponsali
di Venere il gran figlio e il re Latino.
Che tu piú vada per il ciel vagando,
no 'l vorrebbe quel Padre che in Olimpo
regna sovrano. Ti diparti: io stessa
vedrò, se alcuna a provveder vicenda
resti». Sí detto la Saturnia avea.
Quella su l'ali stridule di serpi
librasi e lungi dal superno azzurro
volge a' recessi di Cocíto. È un luogo
nel mezzo a Italia sotto ad alti monti
per larga fama celebre, le valli
d'Amsanto: ai lati il serrano le falde
d'un bosco bruno, e il solca e romoreggia
un torrente tra' sassi vorticoso.
Si mostrano ivi una spelonca orrenda
e i pertugi del fiero Dite, e vasta
voragine scoscesa a l'Acheronte
le sue fauci pestifere spalanca;
per esse sprofondando, inviso nume,
l'Erinni terra e cielo allevïava.
L'ultima intanto dà mano a la guerra
la Saturnia regina. Da la pugna
premono a la città tutti i pastori
e ne riportan morti il giovinetto
Almone e di Galéso il guasto volto,
e implorano gli Dei, chiaman Latino.
V'è Turno e, in mezzo al rinfacciar focoso
di quella strage, lo sgomento accresce:
Teucri chiamarsi al regno, mescolarsi
la stirpe frigia, ributtarsi lui.
Quelli poi, le cui madri in preda a Bacco
batton le selve inospite ne l'orgia,
(ché non lieve d'Amata il nome pesa)
vengono d'ogni parte e incalzan marte.
Universale è il chiedere l'indegna
guerra, contro gli augúri, contro i fati
degli Dei, rovesciando il voler sommo.
Stringon la reggia di Latino a prova.
Ei sta, come del mare immota rupe,
come rupe del mar che tra l'assalto
d'innumerevoli onde fragoroso
emerge salda; indarno gl'irti scogli
fremono intorno e spumano, e sbattuta
contro i suoi fianchi ne ripiove l'alga.
Ma poi che alcuna facoltà non resta
a vincere quel cieco impeto e al cenno
de la cruda Giunon vanno le cose,
alto implorando in testimonio i Numi
e l'aure valle esclama il padre:
«Infranti
ahi! siam dal fato e preda a la procella.
Ben questa pena voi con l'empio sangue
pagherete, o infelici. E a te si serba,
a te, Turno, purtroppo, aspro castigo,
e i Numi implorerai con tarda prece.
Ché a me pronto è il riposo, e tutto omai
entrando in porto, sol mi veggo privo
d'una fine felice».
Ei cosí disse,
né disse piú: si chiuse ne le stanze,
e abbandonò le redini del regno.
Era un costume ne l'esperio Lazio,
che le albane città retaggio sacro
tennero, il tiene la superba Roma,
quando movono Marte a nuove pugne,
sia che portar la lagrimevol guerra
vogliano a' Geti o agli Arabi o agl'Ircani,
sia che tender agl'Indi ed a l'aurora
e a ridomandar le insegne ai Parti.
Sono due porte de la guerra (è il nome)
sacre per il devoto onor di Marte:
cento le chiudon bronzee sbarre e tempre
di ferro eterne; de le soglie è assiduo
custode Giano. Queste, quando i padri
hanno fermo il proposito de l'armi,
esso il console, della quirinale
trabea fregiato e del gabino cinto,
cigolanti disserra, e guerra indíce:
il seguono gli eserciti, ed i corni
rispondono metallici consensi.
In questa forma si chiedeva allora
che sfidasse gli Eneadi Latino
e dischiudesse le dolenti porte.
Toccarle il padre non volea, si tolse
il triste peso e si celò ne l'ombra.
Ma la Saturnia degli Dei regina
scesa dal cielo di sua man le porte
spinse indugianti, e da' cardini loro
le ferree imposte de la guerra infranse.
Arde l'Ausonia, cheta e immota avanti.
V'è chi s'addestra a ir pedone, in sella
chi tra la polve alto volteggia; tutti
cercano l'armi. I levigati usberghi
lustra taluno e le quadrella ardenti
con pingue grasso e affilano le scuri:
piace i vessilli alzare e udir le trombe.
Ben cinque gran città sopra le incudini
armi foggiano nuove, la possente
Atína e la superba Tivoli, Àrdea
e Crustumerio ed Antenna turrita.
Gli schermi altri arrotondano del capo,
piegano il salce a intessere gli usberghi;
martellano altri bronzëe corazze,
lisci schinieri di duttile argento:
ogni onore di vomere e di falce,
ogni amore d'aratri or qui s'è vòlto;
fanno a' fuochi le spade de la patria.
E già le trombe squillano, va intorno
la tessera a conoscersi tra l'armi.
Questi trepido spicca a la parete
l'elmo; costringe i frementi cavalli
al giogo quegli, e il clipeo e la lorica
a fili d'oro triplici si veste
e la spada fedel cingesi al fianco.
Aprite or l'Elicona, o Dive, e i canti
dettate: quali re sorsero in guerra,
quali a ciascun seguaci schiere in campo
stettero, e di che prodi fin d'allora
fiori l'Italia, quale incendio l'arse.
Ben voi lo ricordate, o Dive, e voi
mentovarlo potete: a noi soltanto
una lieve discende aura di fama.
Primo entra in guerra da l'Etruria fiero
lo sprezzatore degli Dei Mezenzio
e le schiere arma. A lui daccanto il figlio
Lauso, di cui tranne il laurente Turno
piú bello altri non era, di cavalli
domator, cacciator di belve Lauso
mille adducea da la città di Agilla
guerrieri inutilmente a lui seguaci,
degno di assai miglior paterno impero
e di avere altro padre che Mezenzio.
Dopo questi, figliuol d'Ercole bello,
bello Aventino via per l'erba un cocchio
di palma adorno ostenta e trionfali
cavalli e porta su lo scudo l'idra,
paterna insegna, di cento angui cinta.
Lui del colle Aventino entro la selva
furtivo in luce diè Rea sacerdote,
donna a dio mista, poi che vincitore
de l'estinto Geríone il Tirintio
ebbe tocchi i laurenzi campi e immerse
nel tosco fiume le giovenche ibére.
Pili portano in guerra e stili acerbi,
tornito stocco e schidïon sabello.
Esso a piedi, in gran pelle leonina
ravvolto la persona, e tratto in capo
l'orribil vello da le zanne bianche,
cosí veniva a' regi tetti, fiero,
con quel mantello erculeo su le spalle.
Fratelli, lascian le tiburti mura,
dal fratello Tiburto nominate,
Catillo e l'aspro Cora, argivo sangue,
che in prima fila corrono a la mischia:
come due nubigeniti Centauri
quando da' monti calano, lasciando
Otri nevoso e Òmole di corsa;
fa luogo la foresta a' ruinanti
e si ritrae frusciando ogni virgulto.
Fondator de le mura prenestine
Cèculo non mancò, re che a Vulcano
ogni età tra gli armenti credé nato
e ritrovato sopra il focolare.
Rustica legïone è con lui molta:
quei che l'alta Preneste e il suol gabino
tengon di Giuno e il gelido Anïene
e le fresche di rivi Erniche vette;
quelli cui pasce l'ubertosa Anagni,
quei che tu, Amasén padre. Non han tutti
armatura, non suon di scudo o carro:
gettano ghiande di livido piombo
i piú, parte hanno due lanciotti in mano,
fulvi galéri di lupina pelle
in capo, e nuda del sinistro piede
l'orma, l'altra ricopre un rozzo cuoio.
Ma di cavalli domator Messàpo,
nettunia prole, cui con fuoco o ferro
niuno si vanta di prostrar, le genti
da tempo lente e a guerra i disusati
ordini a un tratto schiera e il ferro snuda.
Son fescennine squadre e sono questi
gli Equi Falisci, questi abitan l'alto
Soratte e i campi di Flavinia e il lago
di Cimino col monte e di Capena
i boschi. Andavano in eguali file
e il loro re cantavano tra via;
come talor tra 'l chiaro äere i bianchi
cigni che al ritornar da la pastura
rendon concenti per i lunghi colli:
il fiume ne risuona e largamente
l'asia palude.
Né penserebbe alcun che armate schiere
fosser formate di cotanta turba,
ma che da l'alto mar spinta venisse
una nube di rochi uccelli al lido.
Ecco dal vecchio sangue de' Sabini
Clauso con grande schiera, ed una grande
schiera esso val, dal quale or si propaga
nel Lazio la tribú Claudia e la gente,
poi che fu Roma de' Sabini in parte.
Amiterna coorte numerosa
v'era e i prischi Curíti e tuttaquanta
Erèto e l'olivifera Mutusca;
v'eran quei che Nomento abitan, quelli
che Rosea del Velino, e che i dirupi
di Tètrica aspri ed il monte Severo,
Casperia, Fòruli e d'Imella il fiume,
quei che il Tevere e il Fàbari disseta,
quei che inviò la fredda Norcia e Orte
e i popoli Latini, quei che bagna
interfluendo l'Allia, infausto nome:
quante son l'onde libiche, calando
fiero Orïon nel pelago invernale,
o dense al novo sole ardono spiche
lunghesso l'Ermo o ne la Licia bionda.
Suonan gli scudi e il suol calpesto trema.
Quindi, nemico del troiano nome,
l'agamennonio Aléso il carro aggioga
e mille a Turno popoli feroci
trae: quelli son che il massico terreno
arano lieto de la vigna, quelli
che i padri Aurunci invian dagli alti colli,
che la pianura Sidicina invia,
quei che lasciano Cale, e il nato in riva
del Volturno guadoso, e di par l'aspro
Satículo e i manipoli degli Osci.
Àclidi ben tornite hanno a lanciare,
e le usano allacciare a obbedïente
briglia: cetra protegge le sinistre,
pugnano da vicin spade falcate.
Né passerai taciuto nel mio canto,
Èbalo, tu, cui procreò, si dice,
a da la ninfa Sebètide già vecchio
Telone, mentre de' Telèboi regno
Capri tenea; ma del tenér paterno
non piú contento il figlio in suo dominio
ampio abbracciava i popoli Sarrasti
e il pian che Sarno riga e gli abitanti
e di Rufra e di Batulo ed i campi
di Celemna e color cui d'alto mira
la pomifera Abella, usi lanciare
a la guisa teutonica cateie:
spiccano per difesa de la testa
la corteccia del sughero; di bronzo
brillan le targhe, brillano le spade.
E te mandò la montuosa Nersa,
Ufente, chiaro e fortunato in armi.
Ben selvaggia è sua gente e avvezza a molto
cacciar boschivo, Equicoli dal duro
suolo. Armati lavorano la terra,
e fresche sempre convogliar le prede
è lor piacere e viver di rapina.
E di Marruvia gente sacerdote,
col ramo a l'elmo del benigno ulivo,
per cenno di re Archippo, Umbrone venne
fortissimo. La razza viperina
e l'idre attossicanti egli soleva
cantando e carezzando addormentare,
blandirne l'ire e medicarne il morso.
Pure guarir de la dardania punta
non seppe il colpo, e per la sua ferita
il sonnifero canto non gli valse
e le pe' marsi clivi erbe raccolte.
Te la selva d'Angizia, te gli specchi
pianser molli del Fúcino.
Bellissimo a la guerra anche movea
d'Ippolito figliuol Virbio che Aricia
madre inclito mandò, cresciuto a l'ombre
di Egeria lungo le fluenti rive,
ove ha Diana altar florido e pio.
Ché d'Ippolito è fama, poi che morto
per l'arti fu de la matrigna e al padre
diede il suo sangue in pena, dagli ombrati
cavalli strascinato, un'altra volta
rivedesse le stelle e il cielo azzurro
per l'erbe di Peone e il cuor di Trivia.
Allora il Padre onnipotente, in ira
avendo che mortale alcun risorga
da l'ombre inferne al raggio de la vita,
il trovator di tale medicina
e maestria benché figliuol di Febo
col fulmine a la stigia onda sospinse.
Ma l'alma Trivia ne' recessi asconde
Ippolito, e a la ninfa Egeria e al bosco
il relega, dov'ei solingo in selva
ignorato dagl'Itali vivesse
e Virbio fosse con mutato nome.
Onde ancora da quel tempio di Trivia
e da l'ombre devote si tien lungi
de' cavalli lo scalpito, ché il cocchio
sul lido riversarono ed il sire
dal portento marino impauriti.
Non meno il figlio esercitava al piano
corsieri ardenti e li spronava in guerra.
Esso tra i primi vigoroso Turno
vibrasi in armi e tutto il capo ha sopra.
Il suo di tre criniere elmo crinito
una Chimera inalbera che soffia
fuochi etnei da le fauci e allor piú freme
e piú lampeggia furïosa quando
aspre le pugne piú corrono sangue.
D'oro il suo liscio scudo adornava Io
cornuta e già di peli irta giovenca
(argomento preclaro) e custode Argo
de la fanciulla ed Inaco suo padre
versando acque da l'urna cesellata.
Di fanti un nembo il segue e in ogni campo
si addensan clipeate file, Argivi
giovani e Aurunci, Rutuli e vetusti
Sicani, de' Sacrani insiem lo stuolo
e de' Labíci dal dipinto scudo,
quei che aran, Tiberino, i boschi tuoi
e del Numíco il terren sacro, o il solco
guidano per le rutule pendici
e pel capo Circeo; le terre che ama
proteggere Giove Ànxuro e Feronia
lieta del verde bosco, e dove imbruna
di Sàtura il padule, e il fresco Ufente
cerca la via per lime valli al mare.
Giunse oltre questi da la Volsca gente
Camilla che uno stuol di cavalieri
conduceva ne l'arme luminosi;
guerriera, né avvezzò le femminili
mani a' cestelli e al fuso di Minerva,
ma fanciulla sfidar le maschie prove
e superare ne la corsa il vento.
Ben passerebbe a fiore de le messi
senza offesa lasciar pure una spiga;
alta per mezzo il mar su l'onde gonfie
sorvolerebbe con le piante asciutte.
Lei da le case, lei da' campi accorsa
tutta la gioventú mira e le madri
la guardano passar, tra sé stupiti
de la porpora regia che le spalle
morbide vela, de la fibbia d'oro
che le annoda i capelli, e come venga
essa portando la faretra licia
e il mirto pastoral ferrato in punta.
..............
Virgilio
nell'immagine: il sogno di Enea di Salvator Rosa

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