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venerdì 9 dicembre 2011

Un uomo irascibile


Io sono un uomo serio, e il mio cervello ha un indirizzo filosofico.
Di professione son finanziere, studio diritto finanziario e scrivo una dissertazione dal titolo: "Passato e avvenire della tassa sui cani".
Convenite che non ho proprio nulla a che fare con fanciulle, romanze, la luna e altre sciocchezze.
Mattina. Ore dieci. La mia "maman" mi versa un bicchiere di caffè. Io bevo ed esco sul balconcino, per subito por mano alla dissertazione.
Prendo un foglio di carta pulito, intingo la penna nell'inchiostro e traccio il titolo: "Passato e avvenire della tassa sui cani". Dopo aver pensato un po', scrivo: «Rassegna storica. A giudicare da taluni accenni che si hanno in Erodoto e Senofonte, la tassa sui cani trae origine da... ».
Ma qui odo dei passi in sommo grado sospetti. Guardo dal balconcino e vedo una ragazza dal viso lungo e dalla vita lunga. Si chiama, sembra, Nàdenka, o Vàrenka, ciò che, del resto, fa assolutamente lo stesso.
Ella cerca qualcosa, fa vista che non s'accorge di me, e canticchia:
«Rammenti il canto pieno di dolcezza... ».
Io leggo ciò che ho scritto, voglio continuare, ma allora la fanciulla fa mostra d'essersi accorta di me, e dice con voce triste:
- Buon giorno, Nikolài Andreic'! Figuratevi che disavventura ho avuto!
Ieri, passeggiando, smarrii il fermaglio del braccialetto.
Rileggo ancora una volta l'inizio della mia dissertazione, ritocco il filetto di una «c» e voglio continuare, ma la ragazza non la smette.
- Nikolài Andreic', - dice, - siate così gentile, accompagnatemi a casa. I Karelin hanno un cane così enorme che non mi risolvo ad andar sola.
Non c'è che fare, poso la penna e scendo giù. Nàdenka, o Vàrenka, mi prende a braccetto, e ci avviamo alla sua villetta.
Quando mi tocca in sorte di dover camminare sotto braccio con una signora o signorina, mi sento sempre, chi sa perché, un uncino a cui abbiano appeso una grossa pelliccia; Nàdenka poi, o Vàrenka, è una natura, sia detto fra noi, appassionata (suo nonno era un armeno), possiede la facoltà di sospendersi al vostro braccio con tutto il peso del suo corpo e, come una mignatta, stringervisi al fianco. E così andiamo... Passando accosto ai Karelin, vedo un grosso cane, che mi fa rammentar la tassa sui cani. Con angoscia ricordo il lavoro cominciato e sospiro.
- Per che cosa sospirate? - domanda Nàdenka, o Vàrenka, e manda lei stessa un sospiro.
Qui devo fare un'avvertenza. Nàdenka, o Vàrenka (adesso rammento che si chiama, pare, Màscenka), ha immaginato, chi sa come, ch'io sia di lei innamorato, e perciò stima dovere di filantropia guardarmi sempre con compassione e curare verbalmente la mia ferita di cuore.
- Ascoltate, - dice, fermandosi, - io so perché sospirate. - Voi amate, sì! Ma vi prego in nome della nostra amicizia, credete, la fanciulla che amate vi stima profondamente! Il vostro amore non può ripagarvelo del pari, ma ci ha forse colpa lei, se il suo cuore già da un pezzo appartiene a un altro?
Il naso di Màscenka si fa rosso e gonfio, gli occhi le si riempiono di lacrime; ella, a quanto sembra, aspetta da me una risposta, ma, per fortuna, siamo ormai arrivati... Sul terrazzo siede la "maman" di Màscenka, buona donna, ma con pregiudizi; data un'occhiata al viso turbato della figlia, ferma su di me un lungo sguardo e sospira, come volesse dire: «Ah, gioventù, perfin nascondere non sapete!». Oltre a lei, son sedute sul terrazzo alcune ragazze variopinte e in mezzo a loro un mio vicino di villeggiatura, ufficiale a riposo, ferito nell'ultima guerra alla tempia sinistra e all'anca destra. Questo sventurato, al pari di me si è prefisso lo scopo di consacrare quest'estate alla fatica letteraria. Egli scrive "Memorie di un militare". Al par di me, ogni mattina mette mano al suo rispettabile lavoro, ma appena riesce a scrivere: «Io nacqui il... », che sotto il balconcino compare una qualche Vàrenka, o Màscenka, e il ferito servo di Dio è preso sotto guardia.
Tutti quelli seduti sul terrazzo nettano per la confettura certe insipide bacche. Io mi accomiato e voglio andarmene, ma le signorine variopinte con uno strillo agguantano il mio cappello ed esigono ch'io rimanga. Mi metto a sedere. Mi porgono un piatto di bacche e una spilla. Comincio a ripulire.
Le signorine variopinte parlano sul tema: uomini. Il tale è carino, il talaltro è bello, ma non simpatico, un terzo non è bello, ma è simpatico, un quarto non sarebbe brutto se il suo naso non somigliasse a un ditale, e così via.
- E voi, "monsieur" Nicolas,-si rivolge a me la "maman" di Vàrenka, - non siete bello, ma siete simpatico... Nel vostro viso c'è qualcosa... Del resto, - ella sospira, - nell'uomo il più non è la bellezza, ma l'intelligenza...
Le ragazze sospirano e abbassano gli occhi... Esse pure son d'accordo che nell'uomo il più non è la bellezza ma l'intelligenza. Io mi guardo di sbieco allo specchio per convincermi di quanto son simpatico. Vedo una testa arruffata, barba, baffi, sopraccigli arruffati, peli sulle guance, peli sotto gli occhi: tutt'un boschetto, fuor del quale, a mo' di vedetta, guarda il mio solido naso. Bello, non c'è che dire!
- Del resto, Nicolas, voi vincerete con le vostre qualità morali, - sospira la "maman" di Nàdenka, come riconfortando un suo segreto pensiero.
E Nàdenka soffre per me, ma nello stesso mentre la consapevolezza che di fronte le siede un uomo innamorato di lei le procura, a quanto sembra, il massimo diletto. Finito con gli uomini, le signorine parlan d'amore. Dopo una lunga conversazione sull'amore, una delle ragazze si alza e se ne va. Le rimaste cominciano a riveder le bucce a quella ch'è andata via. Tutte trovano ch'è sciocca, insopportabile, brutta, che ha una scapola fuor di posto.
Ma ecco, la Dio mercè, viene infine la cameriera, inviata dalla mia "maman", e mi chiama a desinare. Ora posso lasciare la sgradita compagnia e andare a continuare la mia dissertazione. Mi alzo e prendo commiato. La "maman" di Vàrenka, Vàrenka stessa e le signorine variopinte mi attorniano e dichiarano che non ho alcun diritto di andarmene, avendo dato ieri la parola d'onore di pranzar con loro, e dopo pranzo di andar al bosco per funghi. M'inchino e siedo...
Nell'anima mia ribolle l'odio, sento che, ancora un minuto, e non rispondo più di me, accadrà un'esplosione, ma la delicatezza e il timore di venir meno alle buone maniere mi forzano a obbedire alle signore. E obbedisco.
Ci mettiamo a pranzare. L'ufficiale ferito, al quale, per via della ferita alla tempia, s'è formata una contrattura delle mascelle, mangia con un'aria tale come se fosse imbrigliato e avesse in bocca il morso.
Io arrotolo palline di pane, penso alla tassa sui cani e, conoscendo il mio carattere irascibile, mi sforzo di tacere. Nàdenka mi guarda con compassione. Intingolo di carne tritata, lingua con piselli, pollo arrosto e composta. Niente appetito, ma per delicatezza mangio. Dopo pranzo, quando me ne sto solo in terrazzo a fumare, mi si accosta la "maman" di Màscenka, stringe le mie mani e dice ansando:
- Ma voi non disperate, Nicolas... E' un tal cuore... un tal cuore!
Andiamo al bosco per funghi... Vàrenka è sospesa al mio braccio e si appiccica al mio fianco. Soffro intollerabilmente, ma sopporto.
Entriamo nel bosco.
- Ascoltate, "monsieur" Nicolas, - sospira Nàdenka, - perché siete così triste? Perché state zitto?
Strana ragazza: di che mai posso parlare con lei? Che abbiamo di comune?
- Su, dite qualcosa... - ella prega.
Io comincio a escogitare alcunché di popolare, accessibile alla sua comprensione. Dopo aver pensato, dico:
- Il diboscamento reca un danno enorme alla Russia.
- Nicolas! - sospira Vàrenka, e il suo naso si fa rosso.- Nicolas, voi evitate, vedo, un colloquio aperto... Come se voleste punire col vostro silenzio... Non corrispondono al vostro sentimento, e voi volete soffrire in silenzio, da voi solo... ciò è orribile Nicolas! - ella esclama, pigliandomi impetuosamente la mano, e io vedo come il suo naso comincia a gonfiare. - Che direste, se la fanciulla che amate vi offrisse eterna amicizia?
Io borbotto qualcosa di sconnesso, perché proprio non so che cosa dirle... Di grazia: in primo luogo, non amo nessuna fanciulla e, secondariamente, per che cosa mi potrebbe occorrere un'eterna amicizia? Terzo, son molto irascibile. Màscenka, o Vàrenka, si copre il viso con le mani e dice a mezza voce, come tra sé:
- Egli tace... Evidentemente vuole un sacrificio da parte mia. Non posso mica amarlo, se tuttora ne amo un altro! Del resto... ci penserò... Bene, ci penserò... Raccoglierò tutte le forze della mia anima e, forse, a prezzo della mia felicità salverò quest'uomo dalle sofferenze!
Non capisco nulla. E' una specie di cabalistica. Proseguiamo e cogliamo funghi. Tutto il tempo restiamo zitti. In viso a Nàdenka v'è l'espressione d'una lotta interiore. Si sente un latrar di cani:
questo mi rammenta la mia dissertazione e sospiro rumorosamente.
Attraverso i tronchi degli alberi scorgo l'ufficiale ferito. Il poveretto zoppica dolorosamente a dritta e a manca: a destra ha l'anca ferita, a sinistra gli pende una delle fanciulle variopinte. Il volto esprime rassegnazione al destino.
Dal bosco facciamo ritorno alla casa di villeggiatura a bere il tè, dopo di che giochiamo a "crocket" e ascoltiamo una delle variopinte fanciulle cantare la romanza: "No, tu non m'ami! No! No!..." Alla parola «No» ella torce la bocca fin proprio all'orecchio.
- "Charmant"! - gemono le rimanenti fanciulle. - "Charmant"!
Vien sera. Da dietro i cespugli striscia fuori una luna repellente.
Nell'aria v'è quiete e uno sgradevole odore di fieno fresco. Prendo il cappello e voglio andarmene.
- Ho bisogno di comunicarvi qualcosa, - mi bisbiglia significativamente Màscenka. - Non andate via.
Presento alcunché di poco buono, ma per delicatezza rimango. Màscenka mi prende a braccetto e mi conduce da qualche parte pel viale. Ora poi tutta la figura di lei esprime la lotta. E' pallida, respira a stento e sembra aver intenzione di strapparmi il braccio destro. Che ha?
- Ascoltate... - mormora. - No, non posso... No...
Vuol dire qualche cosa, ma esita. Ma, ecco, dal suo viso io scorgo che si è risolta. Con gli occhi scintillanti, il naso rigonfio, mi afferra la mano e dice rapida:

- Nicolas, son vostra! Amarvi non posso, ma vi prometto fedeltà!
Dopo di che si stringe al mio petto e d'un tratto balza indietro.
- Viene qualcuno... - bisbiglia. - Addio... Domani alle undici sarò al capanno... Addio!
E scompare. Senza capir nulla, sentendo un doloroso batticuore, me ne vado a casa. Mi aspetta "Passato e avvenire della tassa sui cani", ma lavorare ormai non posso. Sono furioso. Si può perfin dire che sono orrendo. Che il diavolo mi porti, non permetterò che mi si tratti come un ragazzuccio! Sono irascibile e scherzar meco è pericoloso! Quando entra da me la cameriera per chiamarmi a cena, le grido:
«Andatevene!». Siffatta irascibilità promette poco di buono.
Il giorno dopo, di mattina. Tempo da villeggiatura, cioè temperatura sotto zero, vento freddo, pungente, pioggia fango e odor di naftalina, perché la mia "maman" ha tolto dal baule i suoi mantelli. Mattinata diabolica. Ciò precisamente il 7 agosto 1887, quando vi fu l'eclisse di sole. E' d'uopo osservarvi che durante l'eclisse ciascun di noi può recare un enorme vantaggio, senz'essere astronomo. Così, ognun di noi può: 1) determinare il diametro del sole e della luna, 2) disegnare la corona del sole, 3) misurare la temperatura, 4) osservare al momento dell'eclisse animali e piante, 5) annotare le proprie impressioni, e così via. Questo è così importante che io, per intanto, lasciai da parte "Passato e avvenire della tassa sui cani" e risolsi di osservare l'eclisse. Ci eravamo alzati tutti prestissimo. Tutto il lavoro imminente l'avevo diviso così: io avrei determinato il diametro del sole e della luna, l'ufficiale ferito avrebbe disegnato la corona, tutto il resto poi se lo sarebbero assunto Màscenka e le signorine variopinte. Eccoci tutti riuniti ad aspettare.
- Perché si ha l'eclisse? - domanda Màscenka.
Io rispondo:
- Le eclissi solari avvengono nel caso che la luna, rotando nel piano dell'eclittica, venga a trovarsi sulla linea congiungente i centri del sole e della terra.
- E che vuol dire eclittica?
Io spiego. Màscenka, dopo aver ascoltato attentamente, domanda:
- Si può attraverso il vetro affumicato scorgere la linea congiungente i centri del sole e della terra?
Le rispondo che questa linea si traccia astrattamente.
- Se è astratta,- non si raccapezza Vàrenka, - come mai può collocarvisi la luna?
Non rispondo. Sento come a cagione di questa ingenua domanda comincia a ingrossarmisi il fegato.
- Son tutte frottole, - dice la "maman" di Vàrenka. - Non si può sapere quel che sarà, e per di più voi non siete stato in cielo neppure una volta, come fate dunque a sapere ciò che accadrà alla luna e al sole? Tutto questo è fantasia.
Ma ecco una macchia nera muover contro il sole. Confusione generale.
Mucche, pecore e cavalli, rizzate le code e rugliando, in preda a terrore correvan per i campi. I cani ululavano. Le cimici, immaginando scesa la notte, erano sbucate dalle fessure e avevan cominciato a mordere quelli che dormivano. Il diacono, che in questo mentre si portava a casa dall'orto i cetrioli, sgomento, balzò dal carro e si nascose sotto il ponte, e il suo cavallo entrò col carro in un cortile altrui, dove i cetrioli furono divorati dai maiali. L'addetto al dazio, che aveva trascorso la notte non a casa, ma presso una villeggiante, saltò fuori in sole mutande e, corso in mezzo alla folla, prese a gridare con voce selvaggia:
- Si salvi chi può!
Molte villeggianti, anche giovani e belle, destate dal rumore, balzarono sulla via, senz'aver calzato le scarpe. Accaddero anche molte altre cose ch'io non mi risolvo narrare.
- Ah, che paura! - strillano le fanciulle variopinte. - Ah! E' terribile!
- "Mesdames", osservate! - grido loro. - Il tempo è prezioso!
E io stesso mi affretto, misuro il diametro... Mi rammento della corona e cerco con gli occhi l'ufficiale ferito. Egli sta lì e non fa nulla.
- Che avete? - grido. - E la corona?
Egli alza le spalle e, impotente, mi accenna con gli occhi le proprie braccia. Alle due braccia del poverino si sono appese le fanciulle variopinte, si stringono a lui dal terrore e gl'impediscono di lavorare. Prendo il lapis e annoto il tempo coi secondi. Ciò è importante. Segno la posizione geografica del punto di osservazione.
Anche questo è importante. Voglio determinare il diametro, ma in questo mentre Màscenka mi prende per la mano e dice:
- Non dimenticate dunque, oggi alle undici!
Io tolgo la sua mano e, facendo caso di ciascun secondo, voglio proseguire le osservazioni, ma Vàrenka convulsamente mi prende a braccetto e si stringe al mio fianco. Lapis, vetri, schizzi: tutto ciò precipita nell'erba. Il diavolo sa che cosa! Ma è tempo, infine, che questa ragazza capisca ch'io sono irascibile, che io, incollerito, divento furioso e allora non posso risponder di me.
Voglio continuare, ma l'eclisse è bell'e finito!
- Rivolgetemi uno sguardo! - sussurra ella teneramente.
Oh, questo è ormai il colmo dello scherno! Convenite che siffatto giocare con l'umana pazienza non può che finir male. Non mi fate poi colpa, se accadrà qualcosa di tremendo! A nessuno permetterò di scherzare, di farsi beffe di me e, che il diavolo mi sbrani, quando sono infuriato non consiglio a nessuno di farmisi accosto, che il diavolo mi porti proprio! Son pronto a tutto!
Una delle ragazze, probabilmente accortasi dal mio viso che sono infuriato, dice, evidentemente allo scopo di calmarmi:
- Ma io, Nikolài Andréievic', ho eseguito il vostro incarico. Ho osservato i mammiferi. Ho visto come prima dell'eclisse un cane grigio è corso dietro un gatto e poi a lungo ha scodinzolato.
Così dall'eclisse non è risultato nulla. Vado a casa. In grazia della pioggia non esco sul balconcino a lavorare. L'ufficiale ferito s'è arrischiato a uscire sul suo balcone e ha scritto perfino: «Io nacqui il...» -, e ora io vedo dalla finestra come una delle fanciulle variopinte lo trascina alla sua villetta. Lavorare non posso, perché son tuttora infuriato e mi sento il batticuore. Al capanno non vado.
Ciò è scortese ma, convenitene, non posso già andarvi con la pioggia!
Alle dodici ricevo una lettera da Màscenka, nella lettera vi sono rimbrotti, la preghiera di recarmi al capanno e il «tu»... All'una ricevo un'altra lettera, alle due una terza... Bisogna andare. Ma prima di andare, devo riflettere a quello di cui parlerò con lei.
Agirò come un uomo ammodo. In primo luogo, le dirò che a torto immagina ch'io l'ami. Del resto, tali cose non si dicono alle donne.
Dire a una donna: «Io non vi amo» è tanto indelicato come dire a uno scrittore: «Voi scrivete male». Meglio di tutto, esprimerò a Vàrenka le mie vedute sul matrimonio. Metto il cappotto pesante, prendo l'ombrello e vado al capanno. Conoscendo il mio carattere irascibile, temo d'aver a dire qualcosa di troppo. Cercherò di contenermi.
Al capanno mi si aspetta. Nàdenka è pallida e ha pianto. Vedendomi, manda un grido di gioia, mi si getta al collo e dice:
- Finalmente! Tu giuochi con la mia pazienza. Ascolta, io tutta la notte non ho dormito... Ho sempre pensato. Mi sembra che, quando ti conoscerò più da vicino... ti amerò...
lo siedo e comincio a esporre le mie vedute sul matrimonio. Dapprima, per non andar lontano, per essere quanto più si può breve, faccio una piccola rassegna storica. Parlo del matrimonio degli indù e degli egizi, dopo di che passo ad epoche posteriori; qualche pensiero di Schopenhauer. Màscenka ascolta con attenzione, ma d'un tratto, per una strana incoerenza d'idee, stima necessario interrompermi.
- Nicolas, baciami! - dice.
Io sono turbato e non so che cosa dirle. Ella ripete la sua richiesta.
Non c'è che fare, mi alzo e poso le labbra sul suo lungo viso, nel far che provo la stessa cosa che sentii nell'infanzia, quando un giorno mi fecero baciare alla messa funebre la nonna defunta. Non appagandosi del mio bacio, Vàrenka dà un balzo e mi abbraccia impetuosamente. In questo mentre alla porta del capanno si mostra la "maman" di Màscenka... Ella fa un viso spaventato, dice a qualcuno: «Ssst!», e sparisce, come Mefistofele nella stiva.
Conturbato e furioso, me ne torno al mio villino. A casa trovo la "maman" di Vàrenka, che con le lacrime agli occhi abbraccia la mia "maman", e la mia "maman" piange e dice:
- Io stessa lo desideravo!
Dopo di che - come vi piace questo? - la maman di Vàrenka mi si accosta e mi abbraccia, dicendo:
- Dio vi benedica! E tu, bada, amala... Ricordati che lei per te fa un sacrificio...
E ora mi ammogliano. Mentre scrivo queste righe, mi stanno addosso i paggi d'onore e mi fan premura. Costoro positivamente non conoscono il mio carattere! Ché io sono irascibile e non posso risponder di me! Che il diavolo mi porti, vedrete quel che accadrà più in là! Condurre a nozze un uomo irascibile, furibondo: questo, secondo me, è così poco intelligente come ficcar la mano in gabbia verso una tigre infuriata.
Vedremo, vedremo quel che accadrà!
Così, sono sposato. Tutti mi fanno i rallegramenti, e Vàrenka di continuo si stringe a me e dice:
- Capisci dunque che tu ora sei mio, mio! Dimmi dunque che mi ami!
Dillo!
E intanto le si gonfia il naso.
Ho saputo dai paggi d'onore che l'ufficiale ferito è destramente sfuggito a Imeneo. Egli ha esibito a una fanciulla variopinta un certificato medico che, in grazia della ferita alla tempia, egli non è mentalmente normale, e quindi per legge non ha il diritto di sposarsi.
Un'idea! io pure avrei potuto esibire un certificato. Mio zio aveva accessi d'ubriachezza, un altro zio era molto distratto (una volta, invece del berretto, si mise in testa un manicotto da signora), una zia sonava molto il pianoforte e, incontrando uomini, mostrava loro la lingua. Inoltre anche il mio carattere in sommo grado irascibile è un sintomo assai sospetto. Ma perché le buone idee vengono così tardi?
Perché?
Antòn Cechov

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